— Ora dovresti metterti al pianoforte e farmi ancora sentire la Primavera di Gounod: così come iersera, cantando ed accompagnandoti a bassa voce; proprio per noi due soli....
La Giulia girò lentamente gli occhi sopra il pianoforte chiuso; li girò verso le finestre del salotto che guardavano sulla strada, e si scusò con tanta svogliatezza, ch’egli non ebbe più la forza di insistere.
E il contegno della madre era poco strano? Essa, la donna apatica, che non s’occupava mai della figliola, se non quando era in campo la sua vanità materna, quella sera era stata tutta attenzioni per lei. Si distraeva dal giuoco per guardarla e interrogarla con un accento di tenerezza insolita. Una volta perfino, fra un giro e l’altro del mediatore, s’era alzata dal tavolino e fermatasi dinanzi alla figliuola seduta, s’era curvata sopra di lei baciandola affettuosamente nelle due guancie e sussurrandole all’orecchio alcune parole. La Giulia aveva risposto alla madre con un lungo bacio....
Insomma qualche novità era nell’aria. Il signor Carlo n’era convinto; lo sentiva; e sentiva pure che questa novità, qualunque fosse, toccava anche lui in ciò che aveva di più caro nella vita: l’amore di quella donna! Intanto aveva sempre vivo nella mano il senso della stretta vivace con cui ella, ferma sul piano della scala, gli aveva dato la buona notte; sentiva nel cervello come il calore della sua ultima occhiata e lo accompagnava nell’aria il profumo sottile che per tutta la sera aveva odorato dalle vesti e dai capelli di lei.
In questo stato d’animo, il signor Carlo scese dalla collina, entrò in città e s’incamminò verso casa rapidamente, come un uomo che abbia fretta di trovarsi chiuso e solo....
Quando fu nella sua stanza, si sentì affaticato, avvilito, triste. Spogliandosi, mirò nello specchio grande dell’armadio e si vide brutto e vecchio. I suoi quarant’anni spiccavano negli occhi pesti e in qualche ruga dura del volto; e la sua testa nera gli apparve più brizzolata del solito.
Quando fu in letto, si mise a guardare un quadro, nella parete a destra, entro il quale, sotto un cristallo, erano incorniciate molte fotografie. Parevano messe là alla rinfusa, come una folla di persone, che si pigiano per mettere ognuna il viso fuori d’una finestra. Ma una fotografia usciva tutta intera dal gruppo e si faceva guardare per la prima. Era il ritratto di lei, bella, sorridente, coll’abito un po’ scollato....
Il signor Carlo ora guardava attento quel ritratto che, attraverso i riflessi del cristallo sembrava animarsi e muoversi; ora chiudeva gli occhi abbandonando le braccia e corrugando la fronte. Aveva dei tremiti improvvisi e dei sospiri profondi. Certo una grande inquietudine ricercava tutto il suo essere; e impeti d’ira e di tenerezza, di fede e di scoramento, vi si alternavano con procellosa rapidità. A un tratto si levò sul cubito e afferrò con la mano un grosso volume che era sul tavolino accanto al letto. Aveva il volto alterato e la guardatura strana, quasi feroce. Che gli passava per la testa? Forse il proposito d’avventare il volume contro il quadro e colpire quella fotografia che pareva guardarlo sorridendo?...
Credeva di conoscerla, la sua passione; ma in quella notte s’accorse, sotto il pungolo del dubbio e dinanzi alla paura dell’ignoto, che aveva delle profondità in cui egli non era ancora disceso.
Finalmente s’addormentò. La mattina appresso, svegliandosi tardi, ebbe la sorpresa di sentirsi abbastanza sollevato e presso che calmo. S’era vestito e stava per uscire, quando la sua vecchia fantesca gli portò una lettera “di premura„.