Verso le quattro la signora Marianna salì nelle stanze a vestirsi per il pranzo; il vecchio andò a schiacciare il suo consueto sonnellino d’un’ora. I tre rimasti girarono ancora un poco pei viali.... Come passare il tempo sino alle sette? Nessuno osava palesare quella preoccupazione. Intanto il signor Carlo si faceva sempre più taciturno e i discorsi andavano innanzi stiracchiati e languidi. Il Conte a un tratto ebbe una idea.

— Sapete che con la corsa delle quattro e quaranta arriva mio zio da Milano? Io vado ad attenderlo e gli preparo una bella improvvisata. Della nostra riconciliazione egli non sa nulla. Pensa, Giulia, se egli cascherà dalle nuvole quando, invece di arrivare all’Hôtel Brun, egli si vedrà condotto qua su a pranzare con noi!...

Giulia trovò che era una idea stupenda.

Dopo dieci minuti il tilbury del Conte aspettava già dinanzi al cancello. Mentre egli s’incamminò per partire, Giulia lo accompagnò. Discendevano insieme, discorrendo, il breve viale fiancheggiato da vasi di limone e d’oleandri fioriti, egli un passo innanzi mettendosi i guanti, ella seguendolo e tenendogli una mano sulla spalla. Il signor Carlo, seduto sopra una panchina di marmo, intanto li sbirciava traverso i rami di un ciuffo di mortelle. I suoi occhi, guardando un poco di traverso, avvolgevano la taglia sottile di Giulia e tutta la sua figura elegante, curva un poco innanzi verso il marito; e seguivano anche il moto lento de’ piccoli piedi sulla ghiaia minuta e stridente del viale.... Quando i due furono presso al cancello, Giulia, credendosi non vista, rattenne con la mano il marito; questi si voltò, la baciò nella bocca e in un attimo fu sul tilbury prendendo le redini e la frusta dalle mani del cocchiere. Salutò ancora con la mano e s’allontanò a trotto lento giù per la china.

VII.

Quando Giulia tornò al luogo di prima, non trovò il signor Carlo. Lo cercò con gli occhi qua e là, girò un poco pei viali, diede di sfuggita una occhiata sotto la robinia e chiamò anche ad alta voce: — Avvocato!

Nessuno rispose. Ella aveva provato prima un senso vago di tema e di confusione all’idea di ritrovarsi così subito sola, a tu per tu col signor Carlo. Per questo non le spiacque di non vederselo vicino; e si mise a scherzare con un bel canino pómero che da qualche tempo, non curato, le saltava intorno.

Intanto il signor Carlo, appena visto quel bacio s’era alzato di scatto; e ora s’allontanava dalla casa, con la fretta d’uno che fugge, andando senza saper dove.

Attraversò per uno stretto cancello l’alta siepe di bosso che divide il villino Luigiani dal vastissimo parco di una villa principesca che si distende per tutta la parte più elevata della collina. Infilò un viottolo tortuoso ed erto, procedendo senza mai voltarsi indietro e abbrancandosi agli arbusti per salire più lesto. Dopo circa un quarto d’ora arrivò ad una breve spianata in forma d’emiciclo, circondata da vecchi cipressi e con in mezzo la figura di un grande Satiro danzante di marmo, tutta corrosa e annerita dalle pioggie.

Avrebbe voluto camminare ancora; ma gli parve che l’attraesse il sorriso ferino del satiro, e quella sua movenza procace; e stette qualche tempo a contemplarlo. Poi si voltò e vide sotto di sè, adagiata alle falde della collina, l’ampia città turrita, illuminata a grandi striscie purpuree dal sole che tramontava, già molto vicino all’orizzonte. E tendendo un momento l’orecchio gli parve che di laggiù, fra quelle case e quelle torri, risonassero, e, a malgrado della distanza, arrivassero fino a lui delle voci conosciute....