In lui il cruccio dell’anima e lo sconvolgimento doloroso dei sensi, dopo quel periodo già troppo lungo di sottomissione e di martirio contenuto, si erano scatenati in una aperta rivolta.

In piedi, con le tempia fra le mani che gli tremavano, cominciò una lunga evocazione di ricordi che si mescolavano, in tumulto, a intimazioni, a domande, a brevi attese di risposte, a scoppi furibondi di collera. Era un rapido confronto che egli instituiva, nell’egoismo della sua coscienza urtata e malata, fra sè stesso e la donna che era stata sua, che gli aveva giurato d’essere sua per tutta la vita.... E la conclusione di tutto si presentava a lui nella immagine repugnante di una oscena contaminazione.... La bianca e bella figura di Giulia cinicamente andava a insudiciarsi fra le braccia del Conte.... E quel fatto doveva, senza alcun dubbio, accadere, di lì a poche ore, proprio in quella stessa sera, a pochi passi da lui, proprio in una delle stanze di quel villino che vedeva lì sotto.... Allora tutte le offese, tutti gli sdegni, tutti i martiri della sua passione si condensarono in un atto disperato della volontà, risoluta ad impedire che “quel fatto„ avvenisse....

Poi che questo proposito fu bene compiuto e sigillato nel suo cervello, il signor Carlo si sentì come alleggerito.

E ridiscese. Giunto alla siepe di bosso, non la varcò per il piccolo cancello ma vi appoggiò il petto e sporse il capo avanti, guardando all’ingiù come dalla balaustrata di una terrazza. Intanto il sole si era del tutto nascosto. A basso, nella stretta valle formata dalla insenatura delle colline, l’ombra era già molto cresciuta e da quella si alzava un immenso cicaleccio di passeri cercanti tra le acacie folte il loro asilo della notte. Sopra a quel passerìo lontano, lamentoso e monotono, regnava già il silenzio della sera tranquilla. La stella di Espero brillava nel sereno come un bellissimo occhio di diamante. Dintorno, non una voce, non un rumore. Nella prossima strada deserta non un suono di carri o di passi. Le tre o quattro ville vicine pareva che si guardassero fra loro in silenzio, aspettando la notte; mentre, alla sommità del colle, la napoleonica villa Aldini, col gran timpano della sua fronte e il colonnato dorico, dava a tutta la scena un’aria dolce e grave di paesaggio antico.

Il signor Carlo guardava immobile. A un tratto udì la voce di Giulia, che canterellava il motivo d’una romanza di Tosti. Poi la vide uscire per un viale da una macchia di piante, incamminarsi con aria indolente verso la casa, salire lentamente i gradini della scala, dare, voltandosi, una occhiata verso il cancello della villa e scomparire. Egli aspettò ancora qualche minuto. Poi discese, passando per il piccolo cancello. Poi entrò anch’egli nella casa.

Attraversò la loggia d’ingresso, già oscura, ed entrò nel salotto. Oscuro anche quello; ma potè scorgere la figura di Giulia, seduta sul divano e alquanto rischiarata dai morenti riflessi del tramonto che entravano dalla finestra vicina a lei. La giovine donna sedeva con la fronte appoggiata alle due palme delle mani distese sul tavolo. Forse pensava, forse dormigliava. Tra il fondo di una porta e il pavimento, appariva una riga luminosa e si udiva qualche lieve rumore e qualche bisbiglio di voci. Erano i servitori che muovevano intorno alla tavola del pranzo, nella stanza accanto.

Il signor Carlo, avanzatosi senza far rumore, si fermò ritto vicino alla donna:

— Giulia, ascoltami.... Tu non puoi, tu non devi riunirti al Conte.... e andare questa notte con lui....

Parlava con una voce secca, che gli usciva dalle labbra aride.

Giulia si riscosse o dai pensieri o dal sonno, alzò il capo con un movimento di sorpresa e sbarrò gli occhi in faccia al signor Carlo, senza dire una parola. Questi, curvandosi un poco verso di lei, proseguì: