Non andò molto tempo che già per largo tratto di paese s’era sparsa la voce del fatto inverosimile; e molti trassero al castello, studiando qualche pretesto onde accertarsene cogli occhi proprii.
I due amanti sulle prime gustarono una strana e immensa voluttà, contemplandosi così trasformati dalla potenza dei loro sguardi. Si sentivano come più uniti nell’amore; vedevano nei loro occhi come un segno di predestinazione a unione più intima e durevole. Ma ben presto sopraggiunse il terrore ad agitare in vario senso le loro anime. Un giorno o l’altro sarebbe pur tornato il Conte....
La Contessa, nelle veglie interminabili, meditava di sottrarsi colla morte alla propria vergogna, e a chi sa quale dura espiazione, quando il terribile marito l’avrebbe guardata negli occhi accusatori!... Oliverotto, dal canto suo, inspirandolo la disperazione, lavorava ad un piano di fuga in cui era risoluto d’affrontare per la salvezza della sua donna l’estremo del cimento. Ma intanto ogni mattina ambedue pensavano, rabbrividendo come due condannati a morte, che in quel giorno stesso, forse, sarebbe giunto alla Rocca l’annunzio di un prossimo ritorno!
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Giunse invece una improvvisa serenità in quell’orizzonte così minaccioso. Un giorno, sull’imbrunire, bisognò calare il ponte e ricevere nella Rocca, con le debite onoranze, un messo del Senato bolognese. Egli riferì il sunto di un dispaccio da Roma: — Sisto V, sia che avesse chiamato a sè con lusinghe il Conte per averlo più sicuro nelle mani, sia che in quel frattempo nuovi e più forti capi d’accusa si fossero scoperti contro di lui, appena giunto il Conte a Roma, lo aveva fatto legare e chiudere a Castel Sant’Angelo; e dopo breve processo, strangolare. — Il dispaccio del Senato non diceva se la clemenza sovrana avesse largito al nobile giustiziato l’onore e il conforto del cordone di velluto; bensì annunziava che la giustizia del sommo pontefice non sarebbe andata oltre nel punire, mantenendo alla famiglia del ribelle spento beni, titoli e privilegi.
AL DI LÀ DELLA SIEPE.
Quest’anno l’estate ha voluto entrare allegramente nel dominio dell’autunno. La vendemmia sollecita è già finita nei vigneti e anche sulle viti attorte agli alti alberi allineati per i poderi. — Sovra i campi di frumento e di granturco è passato l’aratro. Le terre brune, e qua e là ancora lucenti per il taglio fresco del coltro profondato nei solchi, ora si scaldano al sole e si ritemprano all’aria, aspettando la seminagione prossima.
E la campagna è ancora tanto bella! Più bella d’una bellezza solenne e dolce per questo ozio intermedio dei grandi lavori campestri, per tutto questo verde lavato, rinfrescato e visibilmente ringiovanito dalle ultime pioggie settembrine.
Il sole è alto e scotta come di giugno; ma appena io tocco l’ombra d’una casa o di un albero, sento che il fondo dell’aria si è molto mutato. Effetto delle notti già lunghe. E vado per questa distesa di campagne che dalla prima radice delle colline si abbassano lentamente, un poco ondeggiando, verso la via Emilia e verso il fiume.
Una pace immensa, un silenzio immenso. Prendo per i sentieri vicinali — qui li chiamano stradelli — tortuosi e pieni di polvere. Le siepi di biancospino, umili nel maggio e di un verde delicato, ora si sono fatte alte e dense e aspre, come le vuole l’amico Gabriele; se non che di tratto in tratto un cespuglio di more selvatiche e qualche alberello carico di bacche rosse rompono questa irta monotonia di ostacoli bilaterali; e pare che l’occhio li noti volentieri.