Io guardavo attento il mio soprano. Era un giovane alto, pallido, non grasso, con una barbetta rada e gentile, ritto e composto nella sua cotta bianchissima davanti al leggìo. Mentre la sua voce si elevava come un razzo canoro serpeggiando in trilli e scale, dispiegandosi in magnifiche declamazioni, raccogliendosi in cadenze elegantissime, io non riuscivo a notare in lui il più piccolo segno di fatica e di sforzo. La testa era lievemente inchinata sulla musica che teneva con le due mani immobili. Cantava a quel modo e pareva che leggesse. Solo i suoi occhi si dilatavano, illuminandosi tratto tratto, allorchè una frase musicale toccava il suo momento d’espansione; solo le rughe della sua fronte si spianavano e si contraevano un poco assecondando le movenze del ritmo.

Ebbene, guardando quegli occhi illuminati e il tremito di quella fronte, io ho sentito che quel giovane cantore gustava in quell’ora una felicità alta ed intensa come io e voi, mia cara, non abbiamo probabilmente gustata mai.... Egli era felice; ma più che di tutta quella folla attenta e rivolta a lui, e del lieve mormorio di ammirazione contenuta che le sue mirabili note suscitavano sotto la più augusta cupola del mondo, egli era, io credo, felice della bellezza del suo canto, che si sentiva ripiovere sull’anima come una rugiada celeste.


Io l’ho compreso e l’ho invidiato. Nel calore del mio entusiasmo ho pronunciato dentro di me il pazzo augurio, che ho avuto la franchezza di significarvi e che mi ha tirato addosso le espressioni del vostro orrore.

Che volete ch’io vi dica? Durante quel mottetto dell’Allegri uno strano cambiamento è avvenuto in me; e mi pareva che nell’animo mio si facesse una gran luce improvvisa. In quella luce io vedevo, — bizzarra visione, — gli antichi Coribanti che menavano intorno, con gesti e grida di gente estatica, una danza vertiginosa; e in mezzo a quella ridda vedevo alzarsi la figura grave e serena di Origene che, tendendo una mano e gli occhi verso le stelle, esclamava: beati!... Al tempo stesso mi venivano in mente certe parole con cui il duca di Richelieu ringraziò la bontà divina quando si accorse d’esser giunto al termine della sua carriera d’uomo; non quella diplomatica, nè militare, s’intende.

E pensavo: — quando questo giovane sarà anch’esso innanzi cogli anni e un giorno s’accorgerà di non aver più la voce atta al mistico ufficio a cui ora la consacra, con che parole ringrazierà egli Dio della sua carriera compiuta?... In sostanza la mia mente s’andava arrampicando su per delle guglie perigliose e splendide. Mi tintinnavano negli orecchi e mi sentivo vibrare per tutto l’essere, accordi e dissonanze piene di voluttà ignota.... Alzavo gli occhi e mi pareva che anche gli Evangelisti, dai giganteschi pennacchi della vôlta, mi accennassero colla testa che avevo ragione. Sarò stato pazzo, se volete, ma ero superbo e felice.

Potete condannarmi; ma, sinceramente, a compiangermi avreste torto.

EVOCAZIONE.

Non c’era dubbio; era proprio lui!... Questa certezza, acquistata al suo primo entrare nello scompartimento, mise nell’animo della giovane donna un turbamento profondo. Ebbe subito un istinto di fuga; e mise la testa spaurita fuori del vagone e stette un pezzo a quel modo, mentre il convoglio andava sempre più guadagnando di celerità.

Non osava voltarsi, non osava sedersi nel suo angolo.... In quale compagnia era costretta a viaggiare! E dovendo fermarsi a Imola, essa ne avrebbe avuto probabilmente per un’ora abbondante!...