In Italia nasceva il precursore del pessimismo moderno. Leopardi, poeta e filosofo, riuniva in sè, come in una sintesi primitiva, le due affermazioni del pessimismo scientifico ed artistico.
Questo fatto dà alla questione del Pessimismo in Italia una importanza peculiarissima e dà insieme argomento ad uno studio speciale.
Ha ragione Francesco De Sanctis quando nota che qua e là nelle pagine del Foscolo si sente come un preludio di tristezza leopardiana.
Nell'Ortis Foscolo dispera ormai della patria «cadavere putrefatto», ma crede ardentemente all'amore. Tanto vi crede e tanto raccoglie in esso gli entusiasmi e le speranze dell'anima, che, mancato l'amore, l'ideale della vita rimane dinanzi all'occhio suo sconsolato come un pianeta senza raggi e senza calore: e la vita stessa gli diviene un fardello insopportabile. Foscolo crede anche alla gloria; e l'ama e la cerca con una passione che molto somiglia il furore classico di Vittorio Alfieri. Questo sentimento della gloria, così vivo ed operoso negli antichi, nel mondo moderno è quasi del tutto spento, e ciò che di lui par che ancora rimanga, più propriamente si confonde nei sentimenti affini dell'onore e della ambizione. Ma in questo Ugo Foscolo è ancora uomo antico. Quando Aiace nella tragedia foscoliana, già deliberato di morire, innalza dal «suo cocchio avvilito» un saluto al sole raccomandandogli la sua gloria, senti in quei bellissimi versi battere il cuore del poeta, quale si manifesta in più luoghi dell'Epistolario. Quando Cassandra prevede «di Troja il dì mortale» e assapora un qualche conforto pensando che il canto d'Omero non darà solo gloria «ai fatati Pelidi», ma vi saranno anche lagrime per le sventure di Troia e pel valore del suo Ettore «infin che il sole risplenderà sulle sciagure umane,» la misera e non ascoltata profetessa esprime un concetto che vediamo poi ricomparire in una forma tutta personale al poeta. Anche dinanzi a lui nel 1813 giace la patria avvilita e «tende l'omero al flagello» mentre d'ogni intorno suona il grido de' popoli d'Europa che si levano alla riconquista delle loro nazionalità. Desolante spettacolo; ma intanto al poeta giova e piace pensare che il suo volto vivrà immortale nelle tele di Francesco Xaverio Fabre:
Pur, se nell'onte della Patria assorte
Fien mie speranze, e i dì taciti spenti,
Il mio volto per te vince la morte!
Anche nel rimanente Foscolo vede il mondo e la vita attraverso un concetto che mantiene salde in lui quasi tutte le più belle illusioni degli antichi. «Le Grazie, Deità intermedie fra il cielo e la terra,.... ricevono dai numi tutti i doni che esse dispensano agli uomini»[40].
Entro la tempesta della vita, in giovinezza come negli ultimi anni, sia esso festeggiato e amato a Milano o povero e negletto a Londra, la sua figura è sempre vagamente circonfusa da quel sorriso luminoso delle Grazie; le quali, ora dee ora donne, gli ministrano conforti invidiabili. E noi anche nei versi funebri e nelle pagine più tristi di questo, che fu davvero l'ultimo dei poeti greci, sentiamo sempre la lieta dolcezza di quel sorriso divino.
Giacomo Leopardi invece si fa innanzi col verbo del dolore annunziato come realtà assoluta ed universale. Al mondo egli non solo dice come già quello spirito a Dante: