..... vedi, io mi son un che piango,

ma «nella vita infelicissima dell'universo[41]» afferma che linguaggio naturale d'ogni uomo è il pianto, quando non sia un riso anche più amaro e sconsolato.

Però nel Leopardi fa d'uopo distinguere sostanzialmente il pensatore e l'artista, e vedere che diverso anzi contrario atteggiamento pigli il suo spirito di fronte alla tesi pessimista. Troppo si è confuso in lui il poeta e il filosofo: si è creduto che i due procedano di passo concorde e per una stessa via, laddove, chi volesse graficamente descrivere questo loro andare, bisognerebbe che, segnati i due punti di partenza, tracciasse due linee divergenti che soltanto all'ultimo convergono in una retta rapidissima. Leggete la Storia del genere umano: in questa sua prosa metà fantasia e metà ragionamento, o per dire più esatto, ragionamento puro avvolto in un velo fantastico trasparentissimo, i termini del pessimismo sono già nettamente affermati. Il pensiero speculativo muove diritto, rigido e spietato guardando dall'alto tutte le illusioni che ebbero in governo l'umana natura. Una sola di queste illusioni è ancora guardata con qualche confidente abbandono; ma è una eccezione che conferma la regola, poichè ufficio vero di Amore figlio di Venere Urania è, secondo Leopardi, quello di «adempiere per qualche modo il primo voto degli uomini che fu di essere tornati alla condizione della puerizia.» Si tratta adunque di un inganno più degli altri gentile e sopra ogni altro amabile, perchè generatore di beatitudine e di nobiltà rade e passeggere; ma è sempre un inganno. «L'essere pieni del suo nume vince per sè qualunque più fortunata condizione fosse in alcun uomo ai migliori tempi. Dove egli si posa, d'intorno a quello s'aggirano, invisibili a tutti gli altri, le stupende larve, già segregate dalla consuetudine umana, le quali esso Dio riconduce per questo effetto in sulla terra..... non potendo essere vietato dalla Verità, quantunque inimicissima a quei fantasmi, e nell'animo grandemente offesa del loro ritorno.....»

Il sistema è già allo stato originale di concepimento intero e perfetto. Che possono aggiungervi il Leopardi colle altre prose e i filosofi tedeschi coi loro trattati? Svolgimenti dottrinali e riprove desunte dallo studio particolare dei fatti nel mondo, nell'uomo e nella sua storia; non altro. Il fato leopardiano ben potrà diventare l'assoluto, la volontà, l'inconscio nei libri dello Schelling, dello Schopenhauer e del Hartman; potrà via via pigliare altri nomi ancora, ma quel primo concepimento non potrà cangiarsi.

All'opposto nella poesia del Leopardi il pessimismo, che tiene già il vertice sommo del pensiero speculativo di lui, soltanto a gradi a gradi e nemmeno con progresso continuato ma a sbalzi e riprese, guadagna l'estetica, se così posso esprimermi, di quello spirito travagliato. — Se c'è qualcuno a cui questa dissonanza spiaccia, rifletta che solamente per essa si fece possibile la grandezza artistica di Leopardi. S'egli avesse cominciato a poetare pessimista come cominciò a filosofare, oggi noi del sommo poeta non avremmo che un accenno incompiuto e forse informe, a somiglianza d'un fusto di grande albero tutto bruciato dalla folgore, allorchè meglio stendeva i suoi rami in cima al monte.

Nei suoi primi canti, all'Italia, a Dante, ad Angelo Mai domina una specie di eroico furore qua e là temperato da un profondo sentimento elegiaco, inspirati l'uno e l'altro alle condizioni miserrime della patria. Ma se questa è molto in basso, lo spirito del poeta appare gagliardamente e splendidamente eretto verso tutti gli ideali della vita civile, come la intendevano gli antichi. Il concetto pessimista fa capolino in alcuni passi, principalmente nella canzone al Mai, ma l'animo è sorretto ancora da una robusta speranza:

..... Ancora è pio

Dunque all'Italia il cielo; anco si cura

Di noi qualche immortale:

Ch'essendo questa o nessuna altra poi