Sì, perchè in mezzo a tanto buio, c'era una cosa chiara: miss Mary Rudge doveva avere di molti ma di molti denari: e questo punto indiscutibile era anche quello che esasperava tanto la curiosità di tutti. Figuratevi che, arrivata nei primi giorni di luglio, mentre ferveva sulla spiaggia il lavoro per la costruzione dei capanni municipali e privati, essa ne aveva provocato l'immediato arresto, pretendendo che le si erigesse in quattro e quattr'otto un robustissimo capanno a due piani, circondato di un ampio recinto di rete metallica, arredato del necessario per potervi dormire e mangiare, e validamente munito contro le intemperie. Ebbene: in soli cinque giorni tutto fu pronto. A tutti i vecchi del paese sembrò un miracolo, e si seppe subito che esso era dovuto ad una inaudita pioggia di sterline.

Così, dopo cinque giorni, la nostra miss (pur non cessando di tenere per suo conto la migliore [pg!22] camera dell'albergo) aveva preso regolar possesso della sua singolare abitazione. Si raccontavano i particolari del collaudo e se ne facevano gran risa. I due maestri carpentieri avevano passato un brutto quarto d'ora seguendola nella sua prima visita. Le più imprevedute e dolorose voci nascevano da ogni parte: quasi ogni fibra del legno implorava pietà al suo passaggio... Ma poi come a Dio piacque la cosa aveva avuto buon fine: la miss aveva detto: «all right» e aveva pagato. Da quel giorno nessun piede profano potè più oltrepassare il recinto, e il luogo si chiamò come l'aveva battezzato un giovane e allegro falegname, mazziniano per la pelle, che faceva all'amore con la serva del giudice: la casa dell'elefante.

Vorrei però che l'aveste veduta ritornare dalla sua lunga passeggiata meridiana, la miss gigantesca, ansante e sudante, coperta d'un immenso accappatoio grigio con la testa riparata da un piccolissimo ombrellino rosso, accompagnata dalla giovane servetta negra bassa e magrissima, seguìta ai calcagni dal fedele bulldog, il quale, specie nelle giornate di vento, scompariva tutto sotto il nuvolo di rena alzato dal poderoso passo del pachiderma.... Scusate! Era così viva la rassomiglianza, che proprio involontariamente....

[pg!23] Quella passeggiata, forse l'avrete subito indovinato, non era se non una delle quotidiane torture alle quali la povera miss si sottoponeva con altrettanto quotidiana fiducia: era un «numero» di quei vorticosi programmi di cure dimagranti, nei quali l'America del Nord è così grande maestra.

I più sperimentati caccianasi del luogo, non potendo far altro, si dedicarono a compilare e a divulgare un particolareggiato resoconto della giornata dell'elefante. Alle sei della mattina: la levata; alle sette: un bagno di un'ora a 40°, nel vicino stabilimento idroterapico; alle otto e mezzo in punto: la pesatura. Questa funzione delicatissima e importantissima si compiva in una saletta terrena dell'Albergo dei Bagni dove era stata verificata e rinverniciata appositamente una vecchia stadera automatica. Il cassiere dell'albergo in persona, all'apparire della miss, lasciava il suo scanno, chiudeva a chiave il suo piccolo ufficio, e fattole un profondo inchino la precedeva nella «stanza della pesatura»: si levava di tasca due soldi e attendeva con solennità, tenendoli alti e bene in vista vicino alla bocchetta, pronto a gettarveli nel momento stesso in cui la piccola piattaforma incominciava a tremare sotto il primo colpo di piede dell'elefante.

[pg!24] Lì per lì la lancetta sembrava impazzita; sotto gli occhietti trepidanti della miss, andava, tornava, si dibatteva.... finchè trovava riposo là verso i 107 o i 108.... chilo più chilo meno.... Per noi: «chilo più chilo meno»! non già per lei, poveretta! Una differenza di due ettogrammi bastava a far scintillare il suo massiccio volto di gioia o a disegnarvi una smorfia che la faceva improvvisamente rassomigliare al suo cane. Gioia e dolore erano sempre muti, e ci voleva un vecchio e appassionato amante delle bestie, qual io mi vanto d'essere, per commuoversi.

Dopo la pesatura c'era la passeggiata lungo la spiaggia, la quale durava esattamente quattro ore: dalle nove al tocco dopo mezzogiorno. La partenza e il ritorno si effettuavano in mezzo alle più varie manifestazioni di allegria di tutti i gruppi di bagnanti davanti ai quali la paziente miss era obbligata a passare. Al tocco preciso giungeva il ragazzo dell'albergo con due portapranzi e un cestino colmo di frutta. Il cestino rappresentava il vitto giornaliero della piccola negra. I due portapranzi erano uno per il cane, uno per l'elefante. Mentre la serva rosicchiava le sue frutta durante tutta la giornata, tanto il cane che l'elefante divoravano in un attimo tutto il loro pranzo, uno di fronte all'altro, e non rimangiavano più fino al tocco del giorno [pg!25] dopo. E quello del cane era almeno un vero e proprio pranzo da cristiani, ma quello della povera miss era semplicemente diabolico. Mezzo chilo di filetto arrostito, affogato nella salsa di senape, sei torli d'uovo che essa sbatteva crudi in quattro dita di autentico rum Jamaica e ingoiava tutti d'un fiato. Per chiudere, un gran limone da mangiarsi a fette.

I camerieri del Ristorante dei Bagni comunicavano a tutti i clienti questa lista, con la medesima aria con la quale i guardiani dei giardini zoologici informano i visitatori sul vitto delle belve.

Del resto in tutto e per tutto la povera miss era ormai considerata niente più che un raro esemplare di qualche specie creduta scomparsa, e ognuno avrebbe giurato che quell'animale, sebbene somigliasse approssimativamente ad una donna, dovesse essere assolutamente incapace di pensare e sentire come pensano e sentono le nostre donne.

— Basta un'occhiata per definirla un'apatica tipica! — sentenziava il giudice per dimostrare la sua dimestichezza con le più recenti scoperte della criminologia.