E due lacrime discesero brillando sul suo pallore.
Cecco rimase un pezzo a guardarlo imbambolato, poi si girò sul panchetto scuotendo forte la testa; e diceva ad alta voce, ma come tra sè:
— Me pare de sognà! S'ha da di' male de la Vita! la vorrebbero più bona, più condiscendente, più allegra! Ma nun lo vedeno che tutto quello che arzigogola lo fa per diverticce, poverina, e pe' ffacce ride! E nossignori: ce so' certi ingrati che vonno piagne pe' fforza, je vonno fa' le boccacce! Eeh.... eeh.... (e qui faceva certe strane boccacce di pianto da neonato). E ffate come me! che ve possino brucià vivi come Giordano Bbruno! Fate come me che pijo tutto per gioco e rido de tutto.... che me spacco dal ride.... e manco.... Che c'è? — fece Cecco rivoltandosi mezzo spaventato.
«Testa de morto», ancora con gli occhi socchiusi, lo guardava e digrignava i denti e biascicava, come volesse ridere e parlare.
Che diavolo gli voleva dire?
Vuotato il bicchiere che gli stava pieno davanti, «Testa de morto» riuscì a dire quel che voleva:
[pg!183] — Oh! te! Si hai tanta voja de ride.... perchè nun vai.... a da' 'n'occhiatina su.... a casa tua?!
Detto appena questo, stralunò gli occhi e ricadde sul marmo del tavolino.
— Sporca bestia senza padrone! — rantolò Cecco, alzandosi. Poi súbito scosse le spalle e fece una gran risata, e si rimise a sedere rivoltandosi al suo compagno.
Ma il principe non lo udiva nè lo vedeva più. Aveva ora gli occhi chiusi e sulle labbra un piccolo sorriso dolcissimo. Rina, lieta forse di esser vicina al termine del suo lavoro, aveva incominciato a cantare una vecchia nenia dell'Agro, ed egli, certo a quella nenia, s'era addormentato.