E fiero di questo inaspettato risveglio del suo spirito, nonchè della terminologia già così bene assimilata in soli sedici mesi di guerra europea, assicuratosi bene che le piccole falde gli aderissero senza pieghe, allungò senz'altro la sua breve persona sui molli cuscini, chiudendo languidamente le palpebre.

L'invocato sonno non tardò a venire, e durò tutta la notte, e fu uno di quei sonni dolci e ristoratori quali la coscienza concede a coloro che per tempo l'hanno avvezzata a star zitta.

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E fu lui infatti, il nostro roseo cavaliere, il primo ad arrivare al modesto ma incantevole ospedaletto che la piccola città di Riviera aveva offerto ai soldati d'Italia.

Quando il vetturino, a capo di un'erta, fermò i suoi due cavallucci ansanti e fumanti al fresco mattutino, e disse: — Siamo arrivati! — il cavaliere calcolò che nella peggiore ipotesi un'ora di vantaggio sul nemico gli fosse garantita dalla lunga e faticosa strada; e diede una rapida occhiata al suo prossimo campo di battaglia.

Era un delizioso albergo cinto di rose eternamente fiorite, di palme eternamente verdi e di aranci, allora carichi di frutti, preso e trasformato d'un tratto in ospedale. Era stata così rapida la trasformazione, che l'allegro edifizio non se n'era nemmeno accorto e seguitava ad offrire con sorridente furberia le sue bellezze, come se ci fosse ancora il bureau incaricato di metterle in conto.

— Carino, — disse il cavaliere; poi scese dal legno e pensò: «Per quello Iddio, qui bisogna fare un'entrata memorabile». Si nascose [pg!195] nella mano un «bel foglio da cinque» e si diresse a un soldato anziano e magrissimo che stava sulla porta.

— Siete il portiere dell'ospedale?

— Sissignore.