Ragione per cui il fatto che il suo Ginetto vi avesse preso parte, il fatto ch'egli si fosse trovato viso a viso col feroce nemico in quelle furibonde tempeste d'odio e di fuoco dove si fucinano anime giganti, aveva per il cavaliere una scarsissima importanza. Se ne era valso, questo sì, in certi casi, come si era valso del passato glorioso di suo padre, al momento opportuno, per stringere utili conoscenze, per far bella figura al caffè, per concludere i suoi buoni affari guerreschi. Ma se n'era valso con la ferma persuasione che quella roba avesse soltanto un valore apparente e transitorio, «un valore [pg!198] da brillante chimico» che bisognava abilmente sfruttare alla luce artificiale del momento.
Che cos'erano i grandi sacrifici di averi e di persona che costituivano la gloria di suo padre, ridotti alla statura di metri 1.52?
«Errori giovanili.»
Per il povero Ginetto, no: non era il caso di parlar di errori. L'avevano «strappato» dalla tranquilla casa paterna, dal suo studietto d'avvocatino che già prometteva, dal suo Tennis che gli piaceva tanto.... e là, di botto, in quell'inferno. Tutto quello che si può fare in simili frangenti, è riportare la pelle a casa, e il suo Ginetto l'aveva saputa riportare, se non proprio a casa, per lo meno all'ospedale, cioè a metà strada. E questo, secondo lui, era il vero merito del suo Ginetto; nè pensava a contestarglielo....
Ma, per Dio! lui, nel frattempo, aveva messo insieme un patrimonio!... e questo, via, siamo giusti, era un merito un po' maggiore.
Ridotta in questi termini la questione, cioè alla statura suddetta di metri 1.52, non vi sembrerà più strano che il cavaliere andasse a quella visita più per essere ammirato che per ammirare.
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Ma la prima impressione del figlio alla vista del padre dovette essere alquanto diversa da quella che il cavaliere sentiva di meritare.
— Come va che al mio ingresso ti sei tutto rabbuiato? Chi aspettavi?