La sua psicologia era esattamente quella della donna che aspetta una visita amorosa: figuratevi che essa aveva perfino fatto portare nel capanno un pianoforte e dopo il tramonto essa lo pestava ululando appassionatamente!

Pregustando ormai la gioia di un trionfo personale, tacevo e vigilavo. Purchè questo amatore canadese non mi giocasse il brutto tiro di essere un altro fenomeno vivente, io mi sarei preso una bella rivincita sulla intera colonia bagnante, che ormai conosceva la mia profezia e ne rideva mattina e sera con stupidissima amabilità.

La sera del 19 arrivò alla casa dell'elefante un telegramma. Veniva dall'Havre.

Era fatta! Il canadese aveva veramente attraversato l'Oceano: non mi restava che attendere la sorte con animo virile.

[pg!34] Nemmeno al telegramma l'elefante rispose: ossia, rispose remando, sudando, pesandosi, correndo, soffrendo fame e sete, leggendo e stonando, con raddoppiato entusiasmo.

Io non abbandonavo ormai più i miei posti d'osservazione, e dove non potevo essere io, vigilavano fidati informatori. Mi resultava, ad esempio, che il giorno 20 la stadera aveva segnato chilogrammi 105,300: una prigione ancora ben solida per un'anima innamorata!... Ma il giorno 21, che, secondo i miei calcoli, poteva essere quello dell'arrivo, volli assistere io stesso alla pesatura. Ne valeva la pena! La miss giunse con un quarto d'ora di anticipo: era agitatissima; non s'avvide affatto di me. Essa non aveva certo mai interrogato il quadrante della stadera con più straziante trepidazione. Niente di più tragico e di più umoristico di quelle due facce rotonde che si guardavano, una come implorasse, l'altra tranquilla e stupida con l'aria di dire: «che ci posso far io?.... 105 e 700!».

Gli occhietti spaventati della miss aspettarono ancora qualche secondo sperando in un'ultima misericordiosa oscillazione: ma la lancetta s'era inesorabilmente fermata. Io, dal mio nascondiglio, vidi nettamente la disperazione affondarle gli artigli nelle gote, mentre chiedeva [pg!35] di salire alla sua camera dove da un mese non saliva; e non so chi mi tenne dal correrle dietro e gridarle: «Coraggio, per Dio! Non saranno certo quei quattro ettogrammi che potranno spaventare un uomo disposto a tenere sulle sue ginocchia un quintale!».

Mi limitai ad aspettare che la cameriera guercia, prontamente accorsa, discendesse dall'averla accompagnata.

La miss, in generale così guardinga e gelosa d'esser vista, questa volta, senza curarsi affatto della presenza della cameriera, era corsa dinanzi allo specchio dell'armadio, vi si era guardata per un istante, fremendo tutta, poi (proprio mentre la cameriera chiudeva l'uscio e metteva contemporaneamente l'unico occhio appositamente risparmiatole dalla provvidenza al buco della chiave) si era gettata per metà sul letto, scoppiando in un pianto dirottissimo e rumoroso. La piccola negra e il bulldog s'erano subito messi a piangere anch'essi. A tratti la strana e lugubre sinfonia cessava per ricominciare con un attacco formidabile, da strappare l'anima, finchè si fece nella camera un silenzio di tomba che durò forse un'ora.

Trascorsa questa, mi si riferì che improvvisamente si era udito un rumore di casse trascinate, di valigie sbattute, il rumore caratteristico [pg!36] di chi fa i bagagli. La nuova bastò a mettere in subbuglio tutto il personale di servizio. Dal cassiere che aveva anticipato i due soldi giornalieri della pesatura, fino all'ultimo sguattero, venti persone, come un sol uomo, erano pronte a giurare di aver reso servizi incalcolabili alla povera miss!