«Mentre ciò si effettuava, le molte persone [pg!46] che s'erano raccolte dinanzi alla porta che già stava per cedere, udirono a un tratto un enorme tonfo sordo come se una balla di due quintali fosse caduta dal soffitto: contemporaneamente un disperato guaito del bulldog strappò loro i timpani. Sfondata la porta si rinvenne il povero cane completamente schiacciato dall'enorme peso del corpo della miss che gli era cascata sopra.

«Miss Rudge aveva il collo stretto ancora da una grande ciarpa di seta cui rimaneva attaccato, all'altro capo, il gancio del lume, strappato dal trave centrale della stanza.

«La scena fu dai presenti rapidamente ricostruita in questo modo.

«La miss aveva voluto porre fine ai suoi giorni: a questo scopo, portato il comodino nel mezzo della camera, vi era salita sopra per mezzo di una seggiola, destando così l'allarme del fedele bulldog, ed era riuscita con un sangue freddo da vera balena (sic) ad attaccare la ciarpa al gancio del lume, a infilare la sua testa in un nodo scorsoio e a gettare lontano con un calcio sedia e comodino. E qui il bulldog senza dubbio, e con ragione, impressionato, aveva dovuto risolutamente attaccarsi coi denti alle sottane di lei a più riprese e con tanta violenza che il gancio cedette e si staccò.

[pg!47] «La miss fu raccolta svenuta, in istato di grave asfissia: prontamente trasportata al civico ospedale, fu giudicata guaribile in quindici giorni salvo complicazioni.

«Quanto a mister Tompson, esso fu inutilmente cercato: nessuno riuscì più a vederlo.»

[pg!49]

[LA BEFANA DI BACICCIA.]

Perfino i ragazzi si permettevano di chiamarlo per soprannome, e non solamente in terra, dove, più o meno, siamo tutti uomini, ma anche a bordo dove egli, essendo marinaio, era loro superiore.

E badate che, alla gerarchia, sopra un bastimento, ci si tiene quasi quanto alla vita. Così, che se un ragazzo della nostra «Meleda» si fosse arrischiato a chiamar Bascia sciavate il peloso dispensiere, il quale si godeva quel bel soprannome per essere appassionato collezionista di scarpe vecchie di tutto il mondo, si sarebbe buscato un tale scapaccione da non ritentare mai più la prova: e se poi avesse osato chiamar Oegio fritu il terribile guercio livornese, nostromo di bordo, avrebbe avuto subito rotte le reni da uno di quei maledetti calci, veri gastighi di Dio, per i quali egli era altrettanto [pg!50] rinomato a Cardiff, a Penzacola, a Cile o alla Boca, quanto nella contrada di San Ferdinando che l'aveva visto nascere.