Ma, per il bastardo Baciccia era un altro paio di maniche: si poteva tranquillamente chiamarlo col suo soprannome di Va bèn: perchè Baciccia con tutti i suoi muscoli d'acciaio, era uno di quegli uomini così buoni e pazienti che è come se portassero sulle spalle un gran cartello con scritto sopra: «Non metto paura a nessuno». Se considerate che, in fondo in fondo, in barba a tutte le maraviglie del progresso, un uomo vale ancora tanto quanta è la paura che sa mettere negli altri, presso a poco come prima del diluvio universale, potete fare il calcolo esatto di quel che valeva Baciccia. Era un «marino» schietto e capace come pochi: questo sì; ma ditemi voi a che cosa serve, a' nostri giorni, saper fare il proprio mestiere ed essergli affezionati?
Infatti il capitano si serviva di lui ogni volta che gli bisognava un lavoro eseguito a puntino e diceva sempre: — Quell'animale di Va bèn ne vale quattro di nostromi! — ma soggiungeva: — Però se fosse nostromo lui, sarebbe la fin del mondo! — Una sera, anzi, nella camera glie lo fece addirittura a lui, questo discorso, a Baciccia.
[pg!51] Le prime parole gli fecero alzare gli occhi da terra, le ultime glie li fecero ritornar bassi com'eran soliti stare, ed egli concluse come già ci aspettavamo che concludesse: — E.... va bèn!
Aveva sempre concluso così, nella vita!
E c'era tutta una leggenda in proposito, che lo precedeva a suon di risate dovunque andasse: e tra le risate ce n'erano di buone, ma anche di cattive.
Si raccontava, ad esempio, che, quando era stato dinanzi al sindaco, per sposare, questi si fosse dovuto accontentare del suo «E.... va bèn!» invece del tradizionale «Sì»; ma si assicurava poi anche ch'egli avesse ripetuto la medesima frase, modificandone soltanto il tono, quando, poche ore dopo, s'era accorto che la sposa non rendeva quel buon suono di coccio senza falle, suono al quale i mariti tengon tanto, in ispecie se la pentola non è piena d'oro! In sette anni di matrimonio, poi, gli eran nati in casa sette figlioli: a ogni viaggio finito, n'aveva trovato uno nuovo; l'ultimo viaggio era durato due anni: niente di male! Ne aveva trovati due. E tutti biondi come il farmacista. La leggenda voleva che egli avesse sempre detto: E va bèn! Nè una parola di più nè una parola di meno.
[pg!52] Da soldato di mare era stato un esempio di coraggio e di disciplina. Glie ne avevano fatte di tutti i colori i suoi indiavolati compagni, ma i superiori lo avevano sempre benvoluto. E stava proprio per finire la ferma senza aver fatto nemmeno un giorno di ferri, vero miracolo! quando, una domenica, nel golfo di Spezia, mentre stava affacciato alla murata del suo incrociatore ancorato, vide, a cento metri, un barchetto a vela pericolare in una virata un po' brusca, e imbarcare acqua, e abbattersi. Era di gennaio, faceva mare e soffiava una tramontana che tagliava la faccia: c'erano vicino a lui altri quattro o cinque marinai ed erano tutti vestiti a festa che aspettavano l'ora di andare a terra. — Bisogna mettere in mare la scialuppa! — grida uno. — Mettiamola! — risponde l'altro, e dànno mano.
Ma Baciccia in quel mentre è sparito. Dov'è, dove non è: finalmente uno lo vede, a cinquanta metri, che filava come un delfino, a salti, nero, tra la schiuma bianca. Il giorno dopo, l'ufficiale in seconda, che si picca d'essere oratore, è incaricato di radunare l'equipaggio in parata per un plauso solenne a Baciccia. Dopo un buon quarto d'ora di discorso, cioè sul più bello, ecco si vede Baciccia che volta le spalle e fa per andarsene; un capo lo trattiene per [pg!53] la giubba: — Non è mica finito! — Ma lui, di rimando, senza scomporsi:
— E va bèn: ma mi nu ne voegio ciù!
Proprio come si trattasse di una minestra troppo acquosa. Baciccia era in buona fede: poichè quel discorso era fatto per lui, credeva in coscienza di poter dire «basta» senza offendere nessuno.