Ma dieci o dodici risate scoppiarono: sopratutto i sorrisetti maliziosi dei colleghi imbestialirono l'oratore, che chiuse rapidamente il discorso, e poi mise ai ferri il festeggiato e una quindicina di compagni.
La leggenda risaliva ancora la sua aspra giovinezza di bastardo. C'era chi si ricordava d'esser stato presente al primo incontro di Baciccia con sua madre, la quale, vedendosi deprezzare la propria carne a causa dell'età, era venuta da Parigi al natìo Camogli per fare incetta di carne fresca.
S'erano incontrati a un tavolino del Caffè Centrale. Li aveva fatti incontrare là la vecchia levatrice che l'aveva raccolto e che poi era stata sempre la intermediaria tra quelle due creature che non si erano mai vedute: eppure erano madre e figlio! La madre, di tanto in tanto, aveva mandato alla buna dona dieci franchi in oro per il piccolo Baciccia, ed essa li [pg!54] aveva puntualmente passati al ragazzo. Quando la vecchia arrivò davanti al tavolino dov'era Baciccia, con quella gran signora tutta carica di brillanti, verniciata sul viso sulle mani sui capelli, impellicciata d'ermellino come una imperatrice, con un cappello che sembrava un bastimento a tutte vele spiegate, e disse: — Ecco tua madre! — Baciccia, che compiva quel giorno diciott'anni, e già a Marsiglia a Barcellona a Genova aveva avuto occasione di vedere roba simile, fece un certo verso storcendo la bocca, e poi disse, strascicandosi più del solito le parole:
— E.... vaa beèn!
— Qu'il est fort! — esclamò la madre esaminandolo con un'occhiata che lo fece arrossire. — Joli garçon! — aggiunse ancora la madre, e gli offrì delle sigarette egiziane in un astuccio d'argento dorato.
Baciccia lo respinse e volle pagar da bere e da fumare, lui. Poi, come sua madre si dilungava in patetiche frasi e sembrava volergli ricordare ch'essa aveva sempre cercato d'aiutarlo un poco, facendo anche qualche sacrifizio per lui, egli si ficcò la destra bruna incatramata e callosa sotto il suo grosso panciotto di velluto e ne cavò fuori un libretto della Cassa di Risparmio e disse alla madre:
[pg!55] — Quando sarai malata in qualche ospedale, e non ci sarà un cane che ti guarderà, ricordati che i tuoi quattrini che m'hai mandato son tutti qui.
La madre, che aveva già toccato il tavolino di ferro e il suo rametto di corallo e fatte le corna e sputatoci in mezzo, si alzò gridando:
— Pòscite müì d'en aççidente!
E così s'erano lasciati quel giorno; ed era la prima e anche l'ultima volta che si dovevan vedere nel mondo.