Perchè tre anni dopo, la profezia del figlio s'era avverata, e la madre, fatta memore dell'aiuto promessole, glie l'aveva mandato a chiedere con una lettera profumata e imbrattata di lacrime. Baciccia aveva spedito i denari. La madre, che non sapeva quanto valeva la parola di quel ragazzo, al ricevere il denaro, fu commossa e pianse d'un pianto che la stupì, tant'era nuovo per lei, e volle scrivergli un'altra lettera di otto pagine, dove le lacrime non si vedevano ma si sentivano nelle parole, e dove, sperando di ricompensarlo, gli comunicava una gran notizia che aveva saputo per un «vero miracolo» allora allora. Il padre di Baciccia non era morto niente affatto, come le si era voluto far credere, ma era vivo e verde non solo, ma anche ricco e senza figli: aveva delle [pg!56] fattorie nell'America del Sud e aveva anche la sua brava casa in città a La Plata in calle 24 esquina 13.

E va bèn! — disse tra sè Baciccia. — Quando capiterò da quelle parti, andrò a vedere che faccia ha.

Da quando aveva detto queste parole, erano passati otto anni, e l'ultima lettera di sua madre, nella tasca interna del suo panciotto di velluto, era diventata un mazzetto di sedici fogliettini gialli e sbrindellati, legato accuratamente in croce con del refe nero. In quegli otto anni Baciccia era sbarcato tre volte alla Boca di Buenos Aires e tutte e tre le volte i compagni che sapevano la sua storia, gli avevano consigliato di prendere un giorno di permesso e fare una corsa a La Plata: infine, con sei pesos se la sarebbe cavata, andata e ritorno, e.... chi sa mai? Se andava male, era male di poco; ma se andava bene, si trattava di diventar un signore da un giorno all'altro!

Baciccia però non sapeva ragionar così da giocatore. Diceva: E va bèn, gh'andièmo! — ma poi, quando era il momento di cavarsi di saccoccia sei pesos per il biglietto, non se ne sentiva la forza, e ritornava a bordo, e buona notte!

— Se è destino, una volta o l'altra, capiterò anche a La Plata! — diceva.

[pg!57] E, infatti, un giorno, mentre divorava una pagnotta imbottita di pizza di ceci, in Piazza Banchi, senza che lo avesse affatto cercato, gli era capitato l'imbarco sulla nostra Meleda, brigantino a palo di millecento tonnellate, il quale faceva appunto primo scalo La Plata per scaricarvi cotonerie e feltri e caricarvi foraggi per Port Elizabeth.

E, adesso, la Meleda, con tutte le vele ammainate e il tricolore al vento, tirata ora da un lato, ora dall'altro, ora dinanzi, da un vaporetto più ostinato che robusto, il quale pareva dire soffiando: «chi la dura la vince», faceva il suo ingresso nel superbo e deserto porto dell'Ensenada.

Era il giorno dell'Epifania, il cuore dell'estate australe, e sembrava che il sole fosse cascato sulla coperta per il caldo che faceva; e dal cassero, quell'aborto di metropoli che è la città di La Plata, tremava tutto ai nostri occhi, rovente nella fiamma del sole, disteso sull'orlo della Pampa bruciata, dove da trent'anni sta, aspettando che i suoi atenei, i suoi osservatori, le sue biblioteche, i suoi palazzi, e sopratutto il suo immenso porto, vanto di costruttori italiani, gli servano a qualche cosa.

E, poichè la terra è sempre terra, la gioia correva come grappa per il sangue di tutti, [pg!58] imboccando il canale che parte in due la selvatica isola di Santiago. Aggrappati ai pennoni del trinchetto e della maestra e sparsi su per l'altre vele minori a finir d'ammainarle, uomini e ragazzi cantavano in coro; e, a quel concerto insolito, l'unico abitatore dell'isola, il buon oste italico Pietro, che si incoccia a chiamar Chianti tutto il vino che ha in cantina, era sbucato sulla riva, presso il suo minuscolo imbarcadero, per veder che razza di gente arrivava. Il capitano ed io, da vecchi suoi amici, prima ancora ch'ei ci ravvisasse guardandoci di dentro le sue due mani messe sugli occhi a binocolo, gli avevamo gridato un: «Evviva Pietro!!» da farlo cascare in terra.

Aspettare i comodi della Capitaneria, attraccare, regolare i conti con la Dogana, e, per di più, in giorno festivo: ecco l'ora di cena.