Voi mi domanderete certamente perchè, innamorato com'ero di Zita, non l'avessi accompagnata a Pisa. Ebbene: allora torno volentieri un passo addietro e ve lo dico subito.

A Pisa le sorelle K. dovevano incontrare un grosso branco di connazionali che risaliva l'Italia a marce forzate, al quale branco appartenevano non so quante loro cugine e zie e zii che non desideravo di vedere. Ma tre giorni soltanto erano scorsi, quando il postino mi consegnò una lettera che odorava di lei.

[pg!74] «Ils sont passés, semblables à une orage d'été. Combien de bruit, mon cher ami!... Oh! qu'elle est aimable cette petite ville fleurie en silence à coté d'un Camposanto.... Mais.... que je suis seule ici!............»

Dodici puntini oltre il punto esclamativo.

Non c'era altro che pigliare il treno.

E infatti tre ore dopo mi trovavo già comodamente disteso in uno scompartimento di terza classe col mio bravo biglietto per Pisa infilato nella fascia del cappello e in bocca due sigarette accese.... Due, sì: nient'altro che un innocente ed economico sistema che allora adottavo per epater le détestable bourgeois. Avevo fatto fabbricare un bocchino apposito, a doppiere, una maraviglia del genere, che non avrei prestato per un'ora neppure a Dante Alighieri.

E questo non era niente: ne avevo in cantiere un altro a cinque bocche da fuoco, signori miei! destinato a far epoca negli annali studenteschi fiorentini.... Ma, per carità, non complichiamo le cose. La storia del mio bocchino a cinque fuochi ve la racconterò un'altra volta.

Fumavo dunque ancora le mie due sigarette, anzi non le fumavo più perchè erano finite, ma tenevo ancora il mio prezioso bocchino tra i [pg!75] denti, quando un'interna voce mi spinse di corsa verso l'estremità del carrozzone.

— «Occupato!»

— Accidenti!