E dopo un quarto d'ora di questi «accidenti» finalmente l'uscio si apre. Chi vien fuori? L'amico di pelo rosso.

— Eh?! Dove vai?

— A Pisa! e tu?

— A Pisa.

— Sarebbe ora di finirla di far l'imbecille!

— Mi pare anche a me!

Vola uno schiaffo. Ne volano due. Ne volano tre. Mi sento afferrare il bocchino. Stringo i denti. Ma i denti non son mai stati il mio forte; ed ecco il prezioso arnese vola dal finestrino insieme con mezzo dente.

Allora non ci vidi più. Una grandinata di pugni cadde vindice sulla rossa capigliatura del rivale. Lui, fedele alla sua scuola di pugilato che consisteva nell'attaccarsi sempre a qualche cosa di prezioso, s'attaccò a una magnifica camicia di seta cruda, uscita allora allora da una bottega di via Tornabuoni: una camicia che m'era costata un occhio, ma v'assicuro che spirava voluttà lontano un miglio!

Io, súbito accortomi della nuova minaccia ai miei averi, cambiai di botto piano di battaglia, [pg!76] e mi accinsi ad attanagliare il collo dell'acrobata poeta, intendendo di non lasciarlo finchè lui non lasciasse la camicia. Ma, ahimè! Non ebbi tempo di mettere in atto il mio piano, che un enorme capotreno accorse a separarci; e lo fece con così robusta grazia, che un buon quarto della mia camicia passò alla parte avversaria. Voi capite bene che una camicia non è un esercito: i tre quarti rimastimi fedeli non potevano consolarmi di quel quarto traditore.

Il naso del mio rivale colava sangue come il polso di Seneca filosofo. Se non che, non avendo egli avuto l'accortezza di spogliarsi e di mettersi in un bagno prima che io gli rompessi il naso, così era tutto imbrattato di sangue come un beccaio la sera del venerdì.