Allora mi alzai, gli infilai il mio braccio destro nel suo sinistro, lo trascinai fuori della tettoia e là misi senz'altro sotto al suo povero naso ammaccato il cartoncino mio, altrettanto cilestrino, altrettanto profumato, altrettanto scritto di pugno della bella Zita.
— È una circolare!! — stridè lui, digrignando i denti.
Ma quando mi guardò in faccia non potè più star serio.
Ci abbracciammo e ballammo un bel pezzo, [pg!78] come due orsi. E ballando così, saltammo sul treno che partiva per Firenze. E durante tutto il viaggio rompemmo l'apparato uditivo del prossimo cantando in coro:
Sì vendetta, tremenda vendetta
Di quest'anima solo desìo!
Quella Gota, quell'Ostrogota, quell'Unna aveva avuto la caponaggine di credere di potere impunemente prendere per il bavero due tra i migliori esemplari della razza latina!
E intanto era già riuscita a farci fare a pugni! Ma....
Sì vendetta, tremenda vendetta
Di quest'anima solo desìo!
Come un fulmin scagliato da Dio
Gigi e Fico[1] punir ti sapran!
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Del non essere andati a Pisa incolpammo, lui la filologia, io l'anatomia, credendo che per una donna tedesca fossero scuse buone.