«Je sais tout. Mais il ne t'aura pas. S'il viendra ce soir, je le tuerai dans tes bras. Garde-toi».

E via di corsa dall'amico Fico.

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Notte buia. Grandi cumuli soffusi di biancor lunare vanno veloci per il cielo nero. Gli olivi della Torraccia piangono stridono curvati senza dubbio dallo Spirito della Tragedia che s'aggira già furibondo.

L'ora è vicina.

Scocca.

L'amico impavido, ravvolto in un bruno mantello di suo nonno, si fa sotto il balconcino e chiama: — Zita.

Zita gli aveva mandato nel pomeriggio un teatrale biglietto avvertendolo della mia minaccia. Dire a un uomo: «Non venire, altrimenti rischi la vita» è come dirgli: «Vieni, altrimenti ti considero un vigliacco». Perciò Zita doveva esser più che certa che il mio rosso amico sarebbe venuto.

Infatti, ben nascosti tra gli olivi, noi l'avevamo veduta andare e venire per la sua cameretta, ora acconciarsi allo specchio, ora scarmigliarsi [pg!95] come presa da una sùbita disperazione, poi chiamare il sorellone, e leticarci sonoramente, poi aprire il balconcino e guardar giù e guardar su, e poi richiuderlo, e poi riaprirlo.

Ora, quando si sentì chiamare nella notte, io la vidi balzare atterrita. Forse, conoscendoci ancora così poco, non aveva potuto capire qual di noi due la chiamasse.