— Ti vanno bene gli affari, Aristide? — domandò la grassa signora aiutando il prode Ettore a scolare i maccheroni.
— Benone! sora Matilde: parto per l'America! — gridò l'allegro Aristide. — Vi levo l'incomodo; siete contenti?
— Sempre una nuova! — disse scoppiando a ridere la signora Matilde, e rise anche Ettore e anche la piccola e pallida moglie.
Credendo di avere assistito anche alla farsa, mi parve giunta l'ora di chiudermi in quella mia camera, dove, secondo il buon inventore, avrei dovuto godere una pace quasi claustrale.
Dopo un'ora, sentivo procedere il pranzo con un così crescente bonumore, che dovetti chiudere il mio libro e uscirmene di casa disperato.
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La notte ritornando verso il tocco, giunto su all'uscio di casa, mi trovai dinanzi il dorso di una persona, la quale si sforzava d'infilare la chiave, e non ci riusciva. Esaminai lo sconosciuto alla luce del mio cerino. Era un alto signore tutto impomatato, emanante un acutissimo profumo di violetta da pochi soldi, con piccoli baffetti e mosca sul mento; portava una redingote di vecchio taglio, delle scarpe lucentissime ma crepate, una mezza tuba alla francese grave d'unto, una camicia inamidata ma sgualcita: era paonazzo in volto, e soffiava, e ad ogni tentativo fallito ringhiava la fatidica parola di Cambronne.
Non tardai a riconoscere un francese ubriaco e pensai: questo signore certo ha sbagliato uscio.
— Qu'est-ce que voi vulete? — mi chiese quando si avvide di me: e io credendo di illuminarlo, subito: