— Entrer chez moi, monsieur!
Ma lui, senza l'ombra della meraviglia:
— Mais très bien!! alors vous m'ouvrirez cette cochonne de porte!
— Hein? vous logez ici?! Vous aussi? En êtes-vous sûr?
[pg!117] — Monsieur!! — esclamò il francese facendo un passo addietro, e chiudendosi nella sua redingote con un gesto da padrone delle ferriere: — J'ai bu du veritable Pernod, en tous cas: pas de la grappa ou de ces cochonneries anglaises!! — e porgendomi la sua chiave con schematica compitezza: — Voyez vous-même!
Io presi la chiave, e, per essere ancora più sicuro, anzi che confrontarla con la mia, la infilai addirittura nella toppa: se la sua chiave apriva, era chiaro che quel signore aveva il medesimo diritto che avevo io, di entrare.
E la chiave infatti aprì.
Quando fummo dentro, il francese, appoggiandosi con le spalle al muro, cercò nella tasca interna un biglietto di visita e me lo offrì. Io glie lo ricambiai, poi aprii lentamente l'uscio della mia camera. Il francese attaccò con molta cura il cappello e la redingote ad un attaccapanni, e poi entrò nella cucina augurandomi la buona notte.
Guardai il suo biglietto; c'era sopra tanto di corona comitale e sotto: Ingénieur Alphonse Leroy, Paris.
Dopo una mezz'ora, volli andare a prendere dell'acqua fresca in cucina, e lo vidi raggomitolato sopra una branduccia da bambini, che russava profondamente.