Per un mese si era vissuti in quella casa in una specie di sospensione: quel bel tipo del signor Aristide non s'era fatto più vivo, e la [pg!125] povera moglie, sfinita dalle veglie penose e dall'allattamento, non si riconosceva più. Tuttavia si sperava ancora di rivederlo da un momento all'altro.
Pendeva ancora sul capo del povero inventore la minaccia della moglie: «O fuori lei, o fuori io!». E quella non era donna da minacciare invano.
Ma che cosa avrebbe potuto fare quella povera figlia sua, debole, affranta, con un bimbo al petto, senza un'arte.... Come pagarle una camera ammobiliata altrove? Non era più semplice dare un posticino anche a lei dentro quella casa, e dividere per tredici quello che fino allora s'era diviso per dodici? Così la pensava lui: ma la moglie non si smoveva: «O fuori lei, o fuori io!»
Si andò avanti discutendo fino al giorno in cui arrivò dalla Prefettura una comunicazione che riguardava il signor Aristide. Egli si era veramente imbarcato a Napoli per l'America: erano mancati gli estremi per arrestarlo possedendo egli tutte le carte in regola e dichiarando di aver affidata la moglie alla famiglia paterna, questa consenziente.
Infatti era verissimo!!
La tempesta si scatenò.
Fu tutto inutile quello che tentai di dire e [pg!126] di fare in quella triste sera. La signora Brúscoli fece nella notte stessa il suo baule e la mattina alle sei lasciò la casa.
Il disgraziato si mise a piangere come un bambino.
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Tre giorni dopo la signora Matilde, che era già cresciuta di qualche chilo dal piacere d'esser rimasta padrona del campo, venne a cercarmi, tutta felice, come se portasse la più lieta novella di questo mondo: