I due innamorati guardarono per un minuto il fenomeno, tutti due a bocca aperta; ma a [pg!138] un tratto Armida, stringendosi tutta al suo Pappino, esclamò forte:
— Che mostro, Madonna mia! Nel ritratto il viso è meglio!
Il fenomeno girò gli occhi rapidamente verso loro; ma poi subito li abbassò sui loro piedi e li tenne fissi lì con un'espressione bestiale e distratta.
— Fortuna — fece Peppino — che chi sa di che paese è!... Ma non si dicono così forte queste cose. Si passa per quello che non siamo. È vergogna!
— Accidempoli! — ribattè Armida con dispetto, — che rimprovero serio!... O che per caso ti saresti innamorato di quel bel parrucchino?!
La povera creatura semiumana che essi guardavano con uguale maraviglia, ma lui con una sincera pietà, lei con un ribrezzo suo malgrado un po' cattivo, era esposta sopra una rete di cordoncino intelaiata; e certo doveva essere stato un esperto sebbene volgare conoscitore del cuore umano, colui che le aveva camuffato da enorme tarantola il corpiciattolo nano e privo di arti, sbizzarrendosi poi ad abbellire la sua grossa testa senza sesso nè età a furia di belletto, di pennello, nonchè di pettinucci brillantati e di nastri di raso sparsi a profusione [pg!139] sopra una morbida e inanellata parrucca bionda.
Forse appunto di qui nasceva la diversità di commozione nei due giovani cuori di Peppino e di Armida. Lui, come più esperimentato al dolore e résogli lo sguardo profondo dalla recente quotidiana dimestichezza con la morte laggiù nelle spiaggie libiche, sapeva intuire quanto di tragico si nascondesse sotto quella volgare civetteria da trivio imposta a un miserabile piccolo otre vivente, senza braccia, senza gambe, senza parola forse, senza volontà, senza difesa, senza protezione, maneggiato a suo grado da un qualche bestiale padrone. Armida, leggera e superbetta, schiva d'ogni ricercatezza perchè sicura d'esser molto bella, sentiva, sia pure contro sua voglia, di fronte a quella disgraziata creatura, quasi un po' di quel pungente disprezzo che le faceva esclamare ad ogni passo, per via: «Guarda un po' quella, Peppino! Che se la metterà a fare tanta vernice sul viso? Brutta è, e brutta rimane!»
Ora, se Peppino fosse stato altrettanto saggio quanto era buono di cuore, si sarebbe accontentato di osservare silenziosamente lo stato d'animo della sua amata, approfittandone per darsi in segreto qualche consiglio utile; per esempio: «All'erta, Peppino! la donna se non [pg!140] ama odia: inutile tentare di insegnarle altri sentimenti intermedi: godi, assapora, centellina la felicità d'essere amato, e preoccupati soltanto di farle durare il più possibile l'amore per te. Finchè dura quello sei un re: se finisce quello, Peppino mio, sei fritto».
Ma siccome Peppino non era un saggio, non sapeva chiudersi in un filosofico silenzio di fronte alle poco cristiane espressioni della sua Armida; non poteva ammettere che la donna da lui tanto amata avesse poi sentimenti e pensieri così diversi dai suoi; non sapeva farsi una ragione che quella stessa «bocchina di fravola» fosse tanto tenera per lui, tanto dura per tutto il resto del mondo. E così, quando la sentì uscirsene in quella insolente e stupida frase, e sopratutto quando vide il povero fenomeno alzar d'un tratto gli occhi e questa volta arrossire, dimostrando d'aver assai ben capito l'italiano, allora il buon Peppino non si potè più trattenere:
— Sei cattiva! — disse ad Armida — ma cattiva proprio come io non me lo credevo mai! Ecco: bisognava che te lo dicessi, tanto a tenersele in corpo le cose è peggio.... Nemmeno il gran Senusso, io dico, se gli mettessero avanti una cosa così!... E pensare che io ci piangerei! Sì: perchè ti vien la vertigine se [pg!141] ci pensi un poco.... a essere in cima a un monte di felicità come siam noi, che ci abbiamo salute da vendere, e forza, e siam fatti come Dio comanda, e ci vogliamo un bene da morire, e tra settantacinque giorni ci sposiamo.... e poi invece ci abbiano a essere certi figli di Dio lo stesso, che devon vivere peggio delle bestie, buttati là come spazzatura, e tutti i mali del mondo addosso a loro, senza potersi difendere, senza potere scappare, macchè! senza nemmeno un braccio per potersi levar dal mondo e finir di patire!... E che ti credi? Uno nasce certe volte fatto come noi, nè più nè meno, e un bel giorno, innocente ancora, senza saper perchè, si ritrova che non è più nè uomo, nè donna, nè bestia: un pezzo di carne che vive!... Ti ricordi, Armida, di Felícita?... Ti ricordi di quando s'aveva io sei anni e tu cinque, e si giuocava sempre nel tuo orto e si metteva paura al porco e quello si cacciava tra i pomidori, eh?... e la povera mamma tua bon'anima ci faceva vedere il manico della granata dalla finestra.... eppure, sembra impossibile, ci si voleva bene fin d'allora.... pareva si sapesse quel che doveva succedere dopo dieci anni!... Ma!... torniamo al discorso: te ne ricordi, Armida, di quella povera Felícita?... tanto buona, tanto carina, la testa tutta riccioli neri, che giuocava [pg!142] sempre con noi? cert'occhi che facevan lume! Era nata lo stesso anno, lo stesso mese, quasi lo stesso giorno che te, a tre passi da casa tua.... vi pigliavano tutti per sorelle gemelle. Ti ricordi la paura che aveva delle mosche e dei mosconi, e noi si canzonava sempre?... Ebbene: come fu?... Un giorno la misero a letto, eh? Noi andavamo sotto le finestre di casa sua e dicevamo: «E Felícita?» — «È malata,» ci rispondeva quel briacone del suo babbo. «Ancora?» — si diceva noi. — «Ancora,» rispondeva lui, e noi si rimaneva lì a guardarci e ci veniva voglia di piangere.... Ma allora eri più buona tu di me; ero sempre io a tirarti per il grembialino e a dirti: «Via, andiamo a giuocare lo stesso».... E intanto passò la bellezza d'un anno senza che Felícita rivedesse il sole, e noi sentivamo discorrere le donne e dire: «Quella figliola muore.» «Ma che! magari morisse, quella rimane scema.» «Riman segnata da Dio, povera innocente, non l'avete vista, è tutta pancia e testa!» «Le braccia e le gambe non glie le potrebbe ridare altro che Gesù....» E infatti, alla fine, un bel giorno incominciarono a metterla fuori della porta di casa, tutta rinvoltolata in uno scialletto, dentro un corbello, all'ombra di quel gran fico, ti ricordi bello!?... dove c'eravamo arrampicati [pg!143] tante volte tutti e tre!... Da principio, se ti rammenti, noi la guardavamo di lontano e si aveva paura a andar vicino. Non ci pareva che potesse essere davvero la nostra Felícita! I riccioli dov'erano andati? e gli occhi? sembravan bioccoli di fango sopra un viso grasso e giallo come un tallo di felce.... e poi le mosche ora gli andavano su e giù per le labbra, gli si affollavano agli angoli degli occhi come ai bovi, e Felícita le lasciava fare.... «Possibile che non abbia più paura delle mosche?» si diceva noi. Poi ci si avvide di come stavan le cose: non ci aveva più braccia la povera creatura; ma quello che le mosche bevevano, era pianto!.... E allora ci si fece coraggio e s'andò, uno di qua uno di là del corbello, a cacciargli via le mosche. Te ne ricordi tu? a me mi pare ancora di vederla la risatina che ci fece, povera Felícita!... E due volte al giorno compariva la matrigna con un pentolino di pappa, vero Armida?... e veniva a imboccarla, e mentre la imboccava si teneva in grembo un romanzo con certe figure di omini e di donne abbracciati, ti ricordi? e nella foga del leggere qualche volta invece di mettergli il cucchiaio in bocca a quella poverina, glielo ficcava in un occhio. Pensa, Armida!... perchè allora s'era piccoli, bastava che passasse una farfalla e si [pg!144] correva via per i campi a ridere.... ma a ripensarci ora! eh? Armida?... Fu una sera di Natale.... non me lo scordo più: si stava al fuoco a mangiare certi confetti con lo scoppio che ci aveva portato lo zio Raimondo da Firenze, quando si seppe che quel briacone del padre di Felícita era partito a un tratto per l'Australia con quella perla rara della moglie e quel povero sacchetto vivo ch'era stata tanto amica nostra!... Così è la vita, Armida!... E la chiamavano la sorella tua!!... Pensa che differenza tra il destino suo e il tuo!... Pensa!... Eppure chi lo sa!... perchè noi non sappiamo vedere altro che di fuori, altro che la buccia, intendi? e però si dice: «che mostro è quello!» ma per gli occhi di Dio.... quelli vedono il nócciolo, Armida.... per quelli, le nostre bellezze non valgono un fischio.... Lui guarda l'anima!... e allora chi lo sa che tra un mostro come quello e te, Lui non sarebbe capace di dire: «E più bella quella». Pensa!...