Sopraffatto dall'impeto della sua commozione il buon Peppino non s'era avvisto che l'organo aveva cessato i suoi diabolici suoni, ed egli, continuando a parlare sullo stesso tono di prima, si trovava a fare una specie di orazione pubblica.

Ma lui, sì! Non si sarebbe accorto nemmeno [pg!145] di una cannonata! La sua Armida stava ferma come una statua col bel viso di madonna appoggiato a una mano, con gli occhi fissi in terra, e precisamente a un gran buco del tavolato di dove si vedeva sotto una cagna allattare i suoi piccoli: e questo era segno evidente, secondo lui, che le parole stillanti dal suo cuore innamorato cadevano a una a una nel cuore di lei come benefiche gocce del suo stesso sangue, trasfondendovi la sua dolce pietà di uomo felice.

Per lui, tutto il mondo si sarebbe dovuto fermare, anzi certo s'era in verità fermato e inginocchiato dinanzi a quel miracolo di Armida che si ravvedeva! Figuratevi se poteva accorgersi dell'organo che s'era chetato, della gran scampanata che aveva annunciato il principio dello spettacolo, del silenzio curioso che si era fatto intorno alla sua voce sonora, e finalmente dell'apparizione di un enorme uomo barbuto il quale, con la bacchetta in mano e la bocca aperta, aspettava soltanto che lui, proprio lui, si zittasse, per incominciare la sua «grande spiegazione scientifica»! Qualche zelante s'era già affrettato a sibilare il suo bravo: «Ssss». Ah! sì! tempo buttato.

Peppino continuava:

— Pensa Armida....

[pg!146] Ma qui si fermò di botto.

Sapete perchè? Le labbra di fravola della sua Armida s'erano mosse come per voler parlare. Egli stava dunque per avere la prova del miracolo compiuto! «Che vorrà dire?» pensava. «Certo saranno parole d'oro che me le ricorderò cent'anni!...» Che momento sacro!

E la bocca d'Armida infatti parlò e disse:

— Ma zíttati, stupido!

Il tonfo che fece il povero cuore di Peppino cascando da l'ideale nel reale quasi si sentì!