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Per fortuna alla farmacia non avevano voluto esser pagati, e il tassametro non aveva passato la lira e mezza, sì che Peppino potè far discendere di carrozza la sua Armida, già rinvenuta anche più del bisogno, proprio dinanzi [pg!152] al portone della casa dove essa stava per cameriera, invidiosamente ammirato da due o tre brutte serve che scherzavano col figlio del portiere fantaccino e coscritto!
Peppino infilò gloriosamente l'androne tenendo nella sua destra mano il braciotto rotondo di Armida, e salì, come era solito fare, il primo ramo delle scale per arrivare ad una certa nicchia senza statua dove tutti i giorni si fermavano per dirsi addio il meglio possibile. E, salendo, parlava. Da quando aveva visto rinvenire la sua innamorata nella farmacia di Piazza Guglielmo Pepe, forse per la gran gioia, forse credendo che ci fosse bisogno di tenerle sollevato il morale, aveva incominciato a parlare; a parlare di un monte di cose a casaccio: del tempo che passa presto anche quando pare di no, del puzzo dell'etere, di quando tre mesi prima s'era svegliato anche lui e s'era ritrovato in una gran pozza di sangue abbracciato alla testa del suo cavallo morto, di suor Nicoletta e di suor Pacifica che erano due angioli incarnati, dei tassametri che sono una bella cosa quando non diventano più ladri del vetturino, dei denari che quando uno li ha spesi non ce li ha più, del giorno benedetto dello sposalizio che avrebbero avuto due bei cavalli e una carrozza da principi, della casetta [pg!153] che li aspettava al loro paese e a quell'ora già la stavano imbiancando dalla cantina al tetto, del mal di mare che gli aveva fatto rifare il core nell'andare a Bengasi, dell'Italia che ora diceva sul serio e ormai gli arabi l'avevan capito, e non solamente gli arabi.... e di altre e altre infinite cose.
Quanto alla bella Armida, levato qualche «oh dio! oh dio!» appena rinvenuta, poi non aveva più fiatato.
— Poverina, quanto è buona! — diceva lui tra sè. — Non mi sente nemmeno, tanto pensa ancora alla disgrazia di quella povera Felícita! — e seguitava a parlare senza fermarsi mai, per distrarla.
Ma finalmente, così parlando sempre, arrivarono alla nicchia sacra al loro amore; e Peppino, che quando arrivava lì il petto gli rintoccava come un campanile il sabato santo, allungò il solito braccio intorno al collo della sua bella e se la tirò bravamente sotto l'elmo preparando labbra e occhi a quel saporitissimo bacio che da cinque mesi era l'alt! desiderato di tutte le sue giornate e il march! delizioso per i sogni di tutte le sue notti.
— Che è stato?! — gridò spaventato Peppino. Armida gli aveva appiccicato una maledetta manata sul collo e s'era divincolata [pg!154] da lui; e salendo in furia le scale gli strillava:
— Poverino! anche il bacio vorrebbe, dopo quelle belle cose che m'ha detto! Sperava che me ne fossi dimenticata!... O non son cattiva? O non hai detto che son cattiva? E allora, perchè mi vuoi baciare? La gente cattiva non si bacia. Si bacia quella buona.... Va a baciare Felícita!
Arrivata al primo piano, schiavò con rabbia l'uscio di casa e entrò. Ma poi si riaffacciò e gridò:
— Spòsatela!