E richiuse, che parve una cannonata.
La deserta nicchia, forse in premio dei suoi fedeli servigi, ebbe finalmente quella sera una statua. E fu quella del povero Peppino. La statua del rincorbellimento.
L'elmo sulle ventitrè, le braccia ancora mezzo sollevate, le mani aperte, le labbra ancora strette e protese com'erano per attendere il bacio, le gambe in una scomoda posizione, sì che sembrava stesse ritto per miracolo, gli occhi grandi e fissi come due bersagli. Se gli si fosse aperta la testa, al posto del cervello io dico si sarebbero trovate due sole parole:
— È possibile?!
[pg!155]
[LA VITA È ALLEGRA!]
Il caso singolarissimo di un giovane che s'era buttato giù da un terzo piano, dimostrando tutta la buona volontà di ammazzarsi, ed era invece cascato sopra dei materassi, riuscendo soltanto a slogarsi le due spalle, aveva messo di buon umore tutta la Sala del pronto soccorso. Era sorta una rumorosa disputa tra due giovani medici, pretendendo ciascuno di possedere il segreto per accomodare più prontamente le spalle; e, allora, uno più anziano aveva tirato fuori il suo cronometro d'oro e aveva gridato ai due: — Avanti, questo è il caso di far la prova! A Lei il destro. E a Lei il sinistro. A chi fa prima: uno! due!... e tre!!
E in mezzo alle risate dei colleghi e alle occhiate significative degli infermieri, la gara s'era iniziata.
Quel lungo e magro corpo ancor mezzo svenuto, [pg!156] sotto le violente manovre dei due competitori, paffuti e sbarbati per l'appunto tutti due, sembrava un gran burattino litigato da due ragazzi imbizziti.
La gara era già durata la bellezza di cinque minuti primi, quando il poveretto gettò un breve grido, spalancò gli occhi e fece una mossa istintiva in avanti, come per scappare dal lettuccio impaurito; ed ecco che proprio questa mossa fece ritornare, nello stesso istante, i suoi due omeri al posto loro, lasciando i due medici ricoperti di sudore a guardarsi strabiliati.