Un infermiere dal naso grande e rosso, il quale non era altri che il famoso Cecco detto Scacciapensieri che tutti i reparti di quell'ospedale romano si disputavano per passare un'ora allegra, e che in quel momento nessuno osava guardare in faccia per non scoppiare in una risata, si fece presso al paziente, lo tirò su a sedere sul lettuccio e incominciò a rivestirlo, mentre i medici s'eran tutti ritirati in un angolo della sala commentando l'esito della gara e accendendo sigarette.
Quando si vide infilata la camicia, il suicida si lasciò di nuovo cadere supino e disse con solennità:
— Ora lasciatemi morire, mi vestirete dopo.
[pg!157] Cecco fece una risata che ne rintronò tutta la sala:
— Embè che volete? n'antra volta v'ammazzerete mejo! pe' sta volta....
— Non muoio? — domandò l'altro come fosse sinceramente spaventato da questa idea.
— Ve rincresce proprio?... Andate là che è mejo pagà na fojetta a me che morire! — esclamò Cecco rimettendolo su a sedere di peso.
Come si fu persuaso di essere tutto intero, ed ebbe messo finalmente i piedi in terra, quel candidato alla morte, bocciato, gettò un mezzo urlo: non c'era osso nè muscolo nè nervo del suo corpo che non gli sembrasse trapassato da una spilla! Tuttavia cercava di infilar l'uscio più presto che poteva, sostenuto dal braccio di Cecco.
Non così presto però che il medico anziano, quello che era stato arbitro nella gara, non lo vedesse e non gli gridasse: — Ehi! Il nome! il nome! — affrettandosi verso un tavolino, vicino all'uscio, dove era il registro.
Il disgraziato si fermò di botto tentennando sulla persona e una vampa di rossore gli accese il volto emaciato e dolcissimo di vecchio trentenne.