La famiglia dei Crisomelini comprende insettucci che danno nell'occhio pel vivo colore dei riflessi metallici delle loro elitre; vivono varî generi di questa famiglia su varie piante: sugli alni, sui cavoli, e vengono chiamati dai nostri ortolani, pel loro saltellare, pulci dei cavoli. Ad una specie di questa famiglia, lo Eumolpus vitis, venne dato il nome di Scrivano, perchè intacca il parenchima delle foglie per modo da produrvi sopra qualche cosa che rammenta una scrittura, come fu dato il nome di tipografi ad altri insetti pure del gruppo dei Coleotteri, ma non più Crisomelini, i quali intaccano analogamente il legno. Lo scrivano distrugge la sostanza delle foglie, e talora intacca anche i grappoli, riuscendo così doppiamente nocevole; nello stesso modo opera l' Altica ampelophaga, il Cryptocephalus vitis ed altre specie affini; sebbene si trovino nei vigneti, prediligono i fiori d'altre piante, e fino ad oggi non hanno recato alle viti che poco danno.
Venne dato il nome di Lamellicorni a certi Coleotteri, i quali han tutti questo carattere comune che le loro antenne terminano con tante lamelle, le une accosto alle altre, come i fogli di un libro; alcuni di questi coleotteri sono abbastanza grossi, come i maggiolini, altri, oltrechè grossi, anche singolari, come il cervo volante. Taluni di questi coleotteri lamellicorni vivono sulle viti, e sono più o meno dannosi: la Oxythyrea stictica e la Epicometis hirtella abbondano nei giardini sulle rose e in campagna sulle margherite, sui terrasaci, nei ranuncoli e somiglianti fiori: finora non si son trovati che raramente sulle viti, ma se un giorno le venissero a prediligere, riuscirebbero dannosissimi. È oggi talora dannosissima la Anomala vitis segnatamente in Piemonte: nel 1870 la anomala della vite devastò i vigneti dell'Astigiano. È questo tuttavia uno degli insetti che meno difficilmente l'uomo può distruggere: è grosso, sta sulle foglie, nelle ore mattutine è intormentito e facile da far cadere e raccogliere: i proprietarî che domandano i rimedî alla scienza potrebbero mettere questo in opera, semplicissimo ed elementare. La riproduzione dell'anomala segue come quella del maggiolino.
Due specie affinissime e viventi promiscuamente rappresentano fra noi il Maggiolino, il Givo dei piemontesi, Carruga dei lombardi, Melolontha vulgaris dei naturalisti la specie più grossa e più comune, e Melolontha hippocastani all'altra somigliantissima. Non sono i maggiolini nemici speciali della vite, ma di essa con altre piante, pioppi e salici; anzi preferiscono assai questi, ed aggrediscono la vite solo quando, essendo in numero straordinario, sugli alberi loro prediletti non c'è più pasto per tutti. Son dannosi agli alberi nel primo e nell'ultimo periodo della loro vita. In istato di larva vivono due o tre anni sotto terra e intaccano le radici delle piante; in istato perfetto son pur voracissimi e divorano le gemme e sovratutto le foglie. In certe annate si moltiplicano così straordinariamente che tutto il verde scompare dagli alberi: la loro moltiplicazione fu talora così grande da fermare i carri e le vetture sulle pubbliche strade, togliendo la vista agli uomini ed ai cavalli, e facendo diventare per qualche tratto di tempo un ostacolo insuperabile la vivente parete costituita dai loro innumerevoli stormi.
I coleotteri hanno alla loro volta parecchi nemici: se ne pascono i piccoli mammiferi insettivori, toporagni, ricci; se ne pascono e ne fanno grande distruzione gli uccelli, i rettili e sovratutto gli anfibî. Qualche imenottero predatore s'impadronisce di alcuni coleotteri, li ferisce in modo da non ucciderli, ma paralizzarli per modo che non possan più muovere nè zampe nè ali, e li pone presso le uova affinchè possano trovare cibo vivo le larve allo sgusciare; parecchi acari vivono parassiti fuori, e talora si vedono gremiti alle giunture del torace o dell'addome; i ditteri e gli imenotteri vivono entro di loro in istato di larva, come dirò fra breve, e passa nel corpo dei giovani coleotteri parassiticamente il primo stadio di vita il gordio, verme che poi vive libero nelle acquicelle ferme o di lento corso, e che, dallo attorcigliarsi di ogni individuo e di molti individui insieme aggrovigliati, si ebbe appunto, dal nodo Gordiano, il nome di gordio, come fu dato pure a tutto il viluppo il nome collettivo di capelli di Venere.
I naturalisti moderni collocano a capo della classe degli insetti, considerandoli come superiori a tutti gli altri, gli Imenotteri, mentre prima vi si collocavano i coleotteri: prima si teneva maggior conto della mole e della forza, oggi della intelligenza, perchè in verità non si può chiamare con altro nome il complesso degli atti che costituiscono la vita di questi mirabili insetti. Due estremi nel loro modo di vivere ci presentano da una parte le farfalle e dall'altra gli imenotteri: nelle prime spensieratezza, trastullo, volo alla ventura, amoreggiamenti, senza ombra di cura dei nati: nei secondi lavoro, fatiche, sagrifizî, predominio dell'azione collettiva sull'azione individuale, associazioni in cui tutti gli individui, più che non pel proprio, lavorano pel bene comune: una schiera d'individui che sagrifica tutto, e sovratutto, massimo dei sagrifizî, l'amore, per la cura della prole, e il buon essere delle generazioni future. — Non si può dire che gli imenotteri rechino qualche danno alle uve, ma si può pure affermare, con assoluta certezza, che recano sommo vantaggio colla distruzione che fanno dei principali nemici della vite. I calabroni ronzano intorno all'uva e abboccano gli acini maturi, sovratutto quelli che hanno più tenera e più facilmente intaccabile la buccia; così fa pure la vespa, così la cartonaia, ed anche l'ape: ma chi vorrebbe rimproverare all'ape il suo bottino mentre ci dà il miele? I servizî che rendono gl'imenotteri alla vite sono immensi, se è un servizio il far scemare il numero di quegli insetti che rodono le gemme e le foglie.
I nemici più fieri della vite fra gli insetti, fatta solo eccezione della fillossera che è il più terribile di tutti, sono, siccome abbiamo veduto, le farfalle in istato di bruco: ora parecchi imenotteri, e sovrattutto quelli della famiglia degli icneumonidi, fanno morire ogni anno una quantità immensa di questi bruchi, e il modo è veramente singolare. Le femmine degli imenotteri di cui parlo hanno il corpo terminato da una punta aguzza e lunga detta ovopositore (ciò si vede pure in altri insetti) che serve a preparare all'uovo il suo nido: il nido dell'uovo di questi imenotteri è il grasso che si accumula in gran copia sotto la pelle dei bruchi: la femmina dell'imenottero passa a volo presso la foglia su cui lentamente striscia il bruco avidamente pascendosi, colla velocità del lampo gli piomba sopra, gli fora coll'ovopositore la pelle tesa e sottile e depone sotto questa nel grasso un uovo e ripiglia il volo; un'altra femmina passa poco dopo e piomba anch'essa sul bruco e ripete la medesima operazione, e così altre ed altre. Il bruco, tutto intento al pasto e pochissimo sensitivo, non avverte queste madri che hanno a lui affidato la cura della loro prole e hanno con ciò segnato la sua sentenza di morte. Dalle uova poste in tal modo sotto la pelle del bruco sgusciano le larve dell'imenottero che cominciano a pascersi del grasso nel quale son nate; il bruco non se ne da per inteso e seguita a mangiare allegramente e produce sempre una nuova quantità di grasso, tanto copiosa da bastare largamente ai bisogni attuali suoi e dei suoi parassiti; ma oltre ai bisogni attuali egli ha quelli dell'avvenire: deve in istato di crisalide compire una trasformazione per la quale non ha più in sè i materiali all'uopo, impoverito siccome è stato da tutto quello che gli hanno tolto. Al punto di incrisalidirsi non ci riesce o se riesce non giunge a compiere l'ultima metamorfosi in insetto perfetto. Al momento per lo più di passare dallo stato di larva a quello di crisalide si ferma, e dalla sua pelle crivellata escono da ogni parte trasformati gli insetti che crebbero alle sue spese.
Io mi trovava alcuni anni or sono in un villaggio alpino molto elevato, in una casupola parte in legno e parte in muratura, che aveva un orticello davanti: dall'orticello venivano in grande numero i bruchi della cavolaia, vicini al termine della loro vita larvale, e prendevano a salire lungo la parete sotto il tetto o per la finestra, ai travicelli del soffitto per incrisalidarsi. Un giovane e valente pittore ch'era con me venne meravigliatissimo a dirmi che la maggior parte di questi bruchi generava dalla pelle gran copia d'altri e ben differenti insetti; eravamo in tre lassù, oltre al pittore, un botanico versato pure nell'entomologia; prima di vedere la cosa dicemmo subito al pittore come andasse per l'appunto, e per tre giorni fummo ridotti in casa: era quello che ci voleva per renderci attenti e vogliosi di tener dietro alla osservazione iniziata: i bruchi venivano a centinaia dall'orto su per la muraglia, ma si fermavano quasi tutti a metà del camino, sovente prima, raramente più in su, e lasciavano uscire i parassiti allevati, perdendo essi la vita. Dalle osservazioni fatte allora potemmo scorgere con nostra meraviglia che di dieci bruchi otto a un dipresso avevano dentro i parassiti micidiali, ed erano condannati a morire senza avere vagheggiato la luce dell'alba novella, l'alba del giorno finale, quello della festa degli amori.
Non so qual conto si debba tenere di quella proporzione che venne in quel luogo indubbiamente per me verificata: certo è che infinitamente maggiore è il numero dei bruchi in quel modo distrutto di quello degli immuni, e non son soli gli imenotteri a compiere questa distruzione, ma anche i ditteri, come già ho accennato testè parlando di questi ultimi insetti.
Questi imenotteri e ditteri distruggitori dei bruchi operano più e meglio assai degli uccelli: prima perchè gli uccelli distruggono molto meno bruchi che non questi parassiti, in secondo luogo perchè gli uccelli distruggono anche gli insetti che son causa di morte a quelli nocevoli, e in questo modo, mentre fanno bene da una parte, nuociono dall'altra, per cui non è facile dire quale dei due fra il male e il bene prevalga.
L'uomo colla distruzione diretta può assai poco. Quando si tratti di uno spazio ristretto non è molto difficile raccogliere le chiocciolette e le limaccine nocive alla vite; gl'intelligenti e pratici raccomandano pure lo sbrucolamento: ma se è possibile (giova ripetere la stessa cosa) diminuire, raccogliendoli e chiamando molta gente a raccoglierli, in un breve tratto di tempo, i bruchi (sovratutto quelli un po' grossi) in una vigna ristretta dove il pregio delle uve meriti una tale fatica e una tale spesa, la cosa riesce poi impossibile al tutto quando si tratti di grandi distese, d'intere provincie infestate. I nemici naturali, gli acari, le varie sorta di parassiti fanno di più; il naturalista cattedratico od accademico raccomanda al coltivatore di adoperarsi a moltiplicare il numero dei parassiti infesti agli animali nocevoli, ma non dice appunto in qual modo egli possa adoperarsi a produrre questa moltiplicazione.