Sei feriti nostri erano stati per breve sosta ricoverati in quella abitazione solitaria, per venir poscia trasferiti all'ospedale, quando con ferocia di jene sopraggiunse una compagnia di zuavi papalini. I poveri feriti nel loro stato d'impotenza dichiararono di costituirsi prigionieri e il vigliacco capitano degli zuavi rispose loro a suon di rivoltella. Due garibaldini rimasero uccisi e i loro corpi squartati, e gli altri tre furono forzati confessarsi ad un prete, che accompagnava quegli assassini, e poi da costoro traforati a colpi di baionetta, sì che due n'ebbero diciassette ferite ciascuno e il terzo trentadue. Il sesto per fortuna era stato poco stante trasportato all'ospedale militare di Passo Corese.

Avviliti per l'umanità al racconto dell'atroce infamia e meditando l'urgenza di abbattere la tirannide sacerdotale, salimmo cupamente la rampa di Monterotondo tra i vigneti, che ne popolano tranquilli e inconscii la costiera.

Il sole mandava sanguigno e beffardo gli ultimi raggi sulle miserie della terra, quando premevamo il piazzale, che si stende davanti la porta S. Rocco della cittadella.

—Contro quella porta si collocarono cataste di legna e Garibaldi in persona andò sotto la fitta grandine di palle saettate dalle mura a cospargerle di ragia e ad appiccarvi il fuoco.

—Poco prima dell'assalto finale, Garibaldi fu dagli amici pregato di ricoverarsi un istante nel convento di Santa Maria per riposarsi e sedersi all'asciutto, e fu condotto in un confessionale, unico sedile, ove stette alcuni minuti per balzarne tosto e gridare: avanti! I preti avevan davvero trovato il loro superbo confessore!

—Il colonnello Eugenio Valzania con Vincenzo Caldesi fu l'eroe della
battaglia di Monterotondo, e vicino a lui cadde ferito l'intrepido
Antonio Mosto, che giace costà in una camera del convento di Santa
Maria.

—Garibaldi si è già avviato verso i dintorni di Roma, leone che fiuta la battaglia di dentro.

—Il nostro Paolo Carcano, infermo, febbricitante da non reggersi in piedi, volle a tutti i costi esser portato a combattere sulle braccia di Rinaldo Arconati, Pedroni da Mendrisio e Pavanini da Padova, che in quella guisa lo trasportarono qua fin sotto le mura di Monterotondo, proprio al principiare del fuoco, nel qual punto Leone Beltramini di Val Cuvia si buscava quattro ferite, due a ciascuna delle coscie.

—Udite coteste altre—soggiungeva con entusiasmo di patriotta e di amico il giovine Federico Della Chiesa, varesino puro sangue.—Da dentro Monterotondo la moschetteria si fa in breve spessissima. Stallo piglia una scala, l'appoggia alle mura della città, e comincia a salire. A un punto è fatto bersaglio da quanti tiratori si trovano nel palazzo Piombino. Egli, giunto quasi al sommo, si gira sulla persona, siede su di un piuolo, indi colla massima pacatezza del mondo introduce gli indici nella bocca e rivolto verso il castello dà fuori in una solenne fischiata. La fu una bravata accolta da noi dietro le barricate con una salva d'applausi. Rinaldo Arconati, gli ingegneri Gorgo e Bernasconi, con ingenuità da eroi, vanno a tentare una porticina delle mura se la vuol cedere sotto il loro urto. Un turbine di schioppettate li accoglie. Ebbene: essi, temendo di venir colpiti nella schiena, si danno la mano, e volgendo il petto verso il castello come nel ballo dei lancieri, lentamente tornano fin sotto la barricata a ritroso. L'Arconati di Cantù riceve una schioppettata che gli buca il cappello a cencio, lasciandogli nell'ispida capigliatura un solco diritto come fatto dal parrucchiere.

Infinite le domande e le risposte, e non si smentiva la tradizionale vivacità e allegrezza dei campi garibaldini.