Stringemmo la valorosa destra al risoluto Valzania e dal loro letto Mosto e Uziel ci accolsero come forti in riposo e quasi religiosa era la quiete, che loro serbavano in giro i volontari, spensierati nel periglio e pietosamente generosi nella sciagura.
Al campo non poteva mancare il più caratteristico tipo garibaldino, la signora Jessie White Mario, infermiera, medichessa, diplomatica, corrispondente di fogli inglesi ed americani, soccorritrice con rischio di vita da una ad altra colonna, ambasciatrice fra gli eserciti, irrequieta e sempre britannicamente flemmatica, genio del bene e provvidenza di tutti.
Carbonelli comandava la piazza e aveva dato ordine che i militi del colonnello Missori non si lasciassero entrare in paese perchè dovevano immediatamente ripartire.
La notte era buia e senza luna, il firmamento, azzurro e calmo come i sogni d'una innamorata senza sospetti, brillava di stelle argentee, che pareva ne sorridessero amiche dal cielo; soffiava dalla Sabina un rovaio ghiacciato che tagliava la faccia, e messa la nostra colonna in rango, ridiscendemmo muti la ratta di Monterotondo e c'inoltrammo per la via Salaria verso Roma. Presso certi cascinali si fece alto, si staccarono gli avamposti e le sentinelle morte tra la strada e la sponda sinistra del Tevere, e qua là si accesero dei falò splendenti come fari per sorvegliare quanto ne accadesse nei dintorni e per impedire che le membra coperte dai leggieri abiti di autunno ci si intirizzissero pel freddo e per la umidità delle praterie morbide ed elastiche al par di pianura di torba.
Chi può ridire i pensieri di un giovane idolatra della storia di Roma e che ora, come una sua antica guardia, vi si sentiva accosto, stando pronto alla mischia sulle rive del grande e classico Tevere prima non mai veduto? Le emozioni di una simile notte non da molti poeti furono prelibate, e il silenzio solenne, l'oscurità vasta e il deflusso maestoso del fiume torbido e incalzante come i suoi eventi, innalzavano l'anima alla intelligenza delle più insigni gesta e delle più clamorose sciagure. Tristi coloro che vorrebbero banditi gli studii della romanità e del classicismo latino! Essi non rammentano che in Roma vive gran parte della nostra storia e che la recente difesa dal Gianicolo e da San Pancrazio contro quattro eserciti e i miracoli rivoluzionari della nostra indipendenza furono compiuti al suo nome e inspirati dagli antichi esempi.
La mattina all'alba proseguimmo il cammino e raggiungemmo Garibaldi a Castel Giubileo, che su per quei poggi a pochi chilometri da Roma scorreva agile come pardo e col binoccolo adocchiava intento la città eterna quasi volesse scrutarne le più recondite vie e ansioso di precipitarvisi dentro come falco ad ali librate in soccorso dei primi insorti. Ma Roma si era agitata il 22 ed il 24 ottobre, aveva distrutto un'ala della caserma Serristori, gittato bombe, assalito pattuglie, trucidati soldati e ufficiali, combattuto in casa Ajani, ed ora giaceva immota come una delle sue secolari tombe.
Gli eroici settanta capitanati da Enrico Cairoli non avevano neppur essi potuto penetrare entro quelle mura fatali e il giorno 23 rendevano indarno illustri a prezzo delle loro vite i vicinissimi monti Parioli.
Di quello splendido fatto scrisse superbe e patetiche memorie il povero Giovanni Cairoli, morto poi anch'egli in seguito alle ferite, e quel suo racconto, insieme alle auree Noterelle di uno dei Mille del poeta Cesare Abba, dovrebbe essere scuola di patriottismo a tutti ed insegnato dai nostri professori di letteratura alle novelle generazioni.
Garibaldi col generale Fabrizi, Alberto Mario, Egisto Bezzi, Stefano Canzio e un pugno dei suoi militi rimase invano dal 27 al 30 ottobre nei dintorni di Castel Giubileo e della Cascina di S. Colombo a spiarvi il cuore di Roma; il 30 si spinse anzi con somma audacia al Casale de' Pazzi rimpetto al Monte Sacro per eccitare a brevissima distanza dalla città la rivolta, e deluso ordinò la retromarcia per accentrare le sue forze in Monterotondo.
Ma intanto i governi e i loro satelliti non dormivano ed avvenivano cose gravi.