Il generale Menabrea era riuscito a raccapezzare un ministero reazionario della più pura acqua e il 27 ottobre, appunto il giorno dopo e quasi a dispetto della vittoria di Monterotondo, annunziando la formazione del suo ministero faceva pubblicare un memorabile proclama dal re con ordine a noi ribelli di porci prontamente dietro le linee delle nostre truppe.
Vittorio Emanuele fra altro vi confessava ingenuamente: «L'Europa sa che la bandiera innalzata nelle terre vicine alle nostre, sulla quale fu scritta la distruzione della suprema autorità spirituale del Capo della religione cattolica, non è la mia.»
Ma accadeva ben altro, ad offesa d'Italia e del nostro onore.
Il 28 ottobre sbarcavano a Civitavecchia i soldati di Napoleone III e il primo reggimento francese si presentò a Roma in piazza Colonna il 30. E in codesto stesso ultimo giorno le truppe italiane varcavano la frontiera pontificia per combattere la rivoluzione occupandone come di solito il terreno conquistato; ma dietro imperioso e perentorio comando da Parigi il nostro meschino governo e vassallo le richiamò immediatamente come un ragazzo sorpreso in marrone e rosso del ricevuto rabbuffo.
Il sire di Francia nella sua orgogliosa e punita prepotenza non voleva in veruna maniera l'unità d'Italia con Roma capitale e il suo pensiero veniva tassativamente scolpito in seguito nel suo discorso del 18 novembre per la riapertura del corpo legislativo: «I rapporti dell'Italia colla Santa Sede interessano l'Europa intiera, e noi abbiamo proposto alle Potenze di regolare questi rapporti in una Conferenza, e di prevenire così nuove complicazioni.»
E Rouher faceva eco e chiosa al padrone collo storico e deriso jamais di Roma all'Italia e colla frase: «La convenzione del 15 settembre è la ricognizione assoluta, implicita, necessaria, reciproca del potere temporale e del regno d'Italia.»
Di ripicco Garibaldi il 31 ottobre da Monterotondo invitava i generali Nicotera e Acerbi a riunirsi al colonnello Pianciani in Tivoli, che dominando Roma e avendo alle spalle le aspre e sicure montagne della Sabina doveva diventare la base e il centro delle nostre operazioni, e risaputo l'intervento francese e dei soldati italiani gridò il 1º novembre in un fiero proclama: «Se però fatti infami, continuazione della vigliacca Convenzione del settembre, spingessero il gesuitismo di una sudicia consorteria a farci mettere giù le armi in obbedienza agli ordini del Due Dicembre, allora ricorderò al mondo che, qui, io solo generale romano con pieni poteri, dal solo governo legale, della repubblica romana, eletto con suffragio universale, ho il diritto di mantenermi armato in questo territorio di mia giurisdizione.»
L'irritazione e l'entusiasmo fra noi nel campo chiuso di Monterotondo erano al colmo e insieme l'allegria non per tutto codesto cessava. Il necessario però ne faceva omai difetto, pane, carne e vino più non v'erano se non in qualche casa ospitale; quando ne capitava il destro si mangiavano dei montoni rosolati sulle baionette, dei quali la Comarca abbonda, si beveva a rinforzo qualche gotto d'acquavite, il colonnello Missori pagò cinque lire un mozzicone di sigaro e nelle pipe si fumava corteccia di viti e persino odoroso e vaporoso assenzio in semini comperati dal farmacista.
Ma per noi fu al sommo disastrosa la diserzione sulle ultime ore di moltissimi camerati, in guisa che mentre in principio eravamo a Monterotondo dalle otto alle nove migliaia di militi, ci trovammo il giorno di Mentana poco meglio di quattro mila. Per esempio, la mia e la compagnia comandata da Achille Bizzoni si componevano ciascuna di circa settanta volontari al pari delle altre della nostra colonna, e a Mentana la più numerosa rimase la mia con quattordici, mentre quella di Bizzoni colle altre si assottigliò a sette ed anco meno.
Alcuni erano stanchi, affamati ed esausti; non a tutti arride la vita senza prospettiva e piena di triboli del ribelle, l'insubordinazione è contagiosa fra i deboli di spirito e le male arti del governo vi soffiavano dentro. Di tal esodo o fuga venne persino incolpato Mazzini com'egli volesse subitanea la proclamazione nell'Agro Romano della repubblica o innanzi tutto la dichiarazione della decadenza della monarchia in Firenze; ma l'accusa è completamente falsa e contraria alla storia di quei tempi.