Io e il capitano Enrico Imperatori di Lugano ci eravamo soffermati un breve istante sul limitare d'una lunga cánova per un bicchiere di vino bianco, e nel raggiungere tosto alla corsa le compagnie udimmo qualche non lontano colpo di fucile come d'avvisaglia fra avamposti, e incontrammo pedestre e solo il generale Nicola Fabrizi, tutto vestito a nero come in Parlamento, alta e snella la persona, la testa stupenda di Mosè o dell'apostolo San Paolo, un nero cappello basso o tondo, le scarpe lucide e un cinturino d'argento sopra l'abito, che reggeva la spada dal pomo d'avorio di capo di Stato Maggiore [Vedi illustrazione]. Interessante e superba figura!
[Illustrazioni]
—Generale—Io interpellai—si pare alle schioppettate: dobbiamo far caricare le armi?
—Sì—rispose egli senza scomporsi—e voi altri occupato codesta collina a destra.
Era il tocco dopo mezzogiorno e il maggiore Luigi Stallo si trovò col suo battaglione d'avanguardia impegnato d'improvviso in una vivissima moschetteria cogli zuavi pontifici, mentre tutta la nostra colonna era in marcia. E ciò derivava dal fatto che il colonnello Paggi, per un ordine mal compreso o dato per errore da un subalterno, aveva abbandonato le sue posizioni di guardia e si era ritratto a Palombara lungi dalla Nomentana.
I colli a destra ed a sinistra furono all'atto occupati in catena, Garibaldi accorse in prima linea e la fucilata si fece generale e nutritissima come nello scoppio d'una polveriera e in un incendio di una fabbrica di cartucce. Poco stante rintronarono l'urrà e il grido: Viva l'Italia e Garibaldi della carica alla baionetta, e i papalini venivano cacciati in rotta.
Tra i primi feriti vi fu il capitano Giulio Bolis del battaglione Antongini, colpito mortalmente in pieno petto. Mentre i suoi amici lo trasportavano in Mentana, Garibaldi chiese chi egli fosse. All'annuncio: È il conte Bolis di Lugo—esclamò, battendosi la fronte: Povero Giulio!
Nessuno sospettava la presenza effettiva dei francesi, meno forse Garibaldi, che li aveva intuiti dalla torre di palazzo Piombino e nel grave dubbio li aveva a mezza voce annunciati a sè stesso. L'uniforme non bastava per discernerli, perchè la legione d'Antibo del colonnello Charrette al servizio del papa ne portava l'identica assisa e si poteva credere che Garibaldi avesse scambiati i soldati di quella pei veri francesi sbarcati di fresco a Civitavecchia.
D'un tratto si sospese il grido della corsa alla baionetta, vi fu un istante solenne di silenzio, che venne bruscamente disturbato da una chiassosa e rimbombante moschetteria a noi più vicina, e riprese più vivace di prima l'enorme frastuono della battaglia a colpi di fucile e di cannone.
Erano i francesi che, vedendo profligati i papalini, accorsero coi loro battaglioni nella mischia in primo rango e strabocchevoli rovesciarono da Villa Santucci su di noi la nostra avanguardia di Stallo, che veniva miseramente ferito nelle gambe. La prima compagnia dei carabinieri genovesi, nella quale pugnavano i giovani più eletti ed onore e lustro di Como e Varese, resistè eroicamente alla diruta cascina Guarnieri, cosparse il terreno di morti e vulnerati, meglio che cedere si ridusse a quaranta, a trenta, a venti, finchè gli ultimi undici, accerchiati e soverchiati, trovarono salvezza in una grotta sprofondantesi, dalla quale uscirono dopo sedici ore prigionieri. La confusione divenne terribile, le grida dei feriti erano strazianti, dal campo nemico i colpi di fucile scoppiavano stridenti e incessanti come rulli affrettati di tamburo, le palle fitte come grandine giungevano miagolando e fracassando, dei garibaldini inermi lottavano corpo a corpo coi nemici, ne strappavano le armi, li assalivano a pugni ed a morsi, li rotolavano insieme per la china, come in una zuffa cogli orsi, chi correva, chi fuggiva, chi cadeva, il vociare era assordante dall'una e dall'altra parte, era un certame da disperati, un pandemonio.