Ma Garibaldi non è un eroe da burla, e non si spaventa per numero d'uomini di fronte. Egli vola agli unici nostri due cannoni già magnificamente manovrati dal povero Luigi Fontana, reduce dalla guerra degli schiavi in America bizzarramente cantata da Walt Whiteman, li pianta in faccia agli infurianti nemici, tra il plauso risuonante per le colline li combatte egli solo con quelle bocche da mitraglia; gli avversari oscillano, si sparpagliano, arrestano la marcia; la prodezza di un uomo li scombussola e conquide, e un lampo di genio rinfresca la battaglia e può mutarne le sorti. Garibaldi abbandona i cannoni al Fontana, comanda una impetuosa carica alla baionetta, le trombe squillano acute come se esalassero un formidabile grido di maledizione e di sangue, ufficiali e militi si cacciano a corpo perduto contro gli sgherri della tirannide, che a loro volta non resistono all'irrefrenabile cozzo, vengon respinti dai pagliai e travolti fuggendo e invocando pietà fin su alla storica Villa Santucci.

Vi fu un imponente riposo e come una tregua di Dio, quasi tutti fossero sbigottiti di quanto accadeva in quel remoto angolo della terra, e come se il Fato antico fosse in dubbio di farla finita in quel giorno collo scandalo della prepotenza sacerdotale. L'accanimento era giunto al parossismo, e quello fu il punto culminante della battaglia.

Ma il papa e Napoleone III avevano uomini ed uomini da vomitarci contro, alle colonne sbaragliate dei nemici ne succedevano di nuove a fiotti e a torrenti, la moschetteria ripigliò stridula e tempestosa per tutto il campo e in tutte le linee, vittoria e sconfitta con varie e rapide vicende si alternavano, finchè alle cinque, sull'imbrunire, la nostra sinistra fu dal numero soverchiante e irruente sfondata per l'ultima volta, gli alleati ripresero i pagliai, e Garibaldi, per non venir circuito, dovette retrocedere su Monterotondo. Quivi egli, salito sulla sua torre di palazzo Piombino da poche ore e prima di sì tragici eventi abbandonata, meditava ulteriore resistenza, e già ne aveva impartite le disposizioni; ma consigliato da Fabrizi a nome degli intimi a ritirarsi, e non sapendo che Mentana era ancora salva e difesa da un sei o settecento di noi in castello e in borgo, diede a notte ordine di ritorno a Passo Corese, ed egli, solitario davanti e chiuso nel suo affanno, che gli fece increscere la vita incolume, guidava a cavallo la dolorosa retromarcia.

Il governo italiano, che non merita nome od ingiuria, impotente persino a comprendere la grandezza d'animo e a sentire i battiti del cuore d'un patriotta, lo fece banalmente arrestare a Figline e tradurre in quel suo cordoglio al bagno del Varignano, dal teatro della gloria alla galera, che per la seconda volta veniva da Garibaldi dopo Aspromonte santificata al pari della croce dei ladroni da Cristo.

Ma il vinto non era Garibaldi, che dal golfo di Spezia invitava gli italiani a rivolgere il pensiero a Roma e non a lui, bensì il papa: Mentana aveva chiazzato di sangue il volto, le mani e il pastorale del faceto Pio IX, e cielo e terra abborrivano dal consumato assassinio.

Al mondo ripugnava il rinnovato abbraccio di Clemente VII e Carlo V, e non parve nè eroico nè prodigioso che quasi dodicimila tra cesarei e papalini, con cavalleria, treni d'artiglieria e fucili a dodici colpi il minuto si lasciassero sconfiggere da quattromila scamiciati senza armi, e solo dopo ripetute prove li debellassero, senza avere il fegato di inseguirli e di entrare in Mentana, centro della battaglia. Se il generale Orsini, succeduto a Nicotera, fosse salito da Frosinone e Velletri, se Acerbi fosse sceso dalla eterna Viterbo, e se i colonnelli Paggi e Pianciani fossero calati giù al tuono del cannone da Palombara e Tivoli, serrando alle spalle e ai fianchi i protettori del Vaticano, il generale Failly avrebbe egli potuto decantare le meraviglie dei chassepots?

Allora i sicari in cocolla e tonsura non sarebbero usciti dalle tenebre nè comparsi come corvi sui cadaveri dopo la battaglia per sfogarvi le loro atrocità.

Un frate, giunto al campo dopo la mischia con una gran croce in mano, gustava il feroce delitto di percuotere con quel sacro istrumento di redenzione il corpo dei feriti, che fra gli strazi giacevano al suolo. La selvaggia opera di quel ribaldo non ebbe fine se non quando alcuni soldati francesi, scorgendo lo scempio orribile che il forsennato compieva, si scagliarono contro quella belva e la cacciarono pieni di umano sdegno e di scandalo.

I papalini arrivati dopo il combattimento infilzavano colla baionetta i cadaveri de' nostri e poi entravano in Roma insanguinati, gloriandosi di aver scannati dei garibaldini.

In una palazzina rossa di Mentana, dove erano ricoverati molti nostri feriti, entrarono dalla parte del monte gli zuavi del papa e loro ingiunsero di raccomandarsi a Dio perchè per essi la era finita. Poi colle baionette massacrarono quanti c'erano, meno pochi che sfuggirono all'eccidio saltando dalla finestra sulla strada.