Ecco quanto scrivevo di ritorno in Milano l'8 novembre 1867 nella mia relazione sulla Unità Italiana:
«Nè sleali, nè vigliacchi fummo noi, e noi non abbiamo, al par dei
Galli, spogliati od uccisi i feriti.
«Due soldati francesi stavano svaligiando un povero ferito garibaldino. L'uno lo sorreggeva in piedi, e l'altro lo svestiva e derubava. In quel mentre apparve il prode maggiore Tanara alla testa di parecchi volontari, ed i malandrini, non sì tosto lo videro, piantarono nel ventre al ferito la baionetta e si diedero alla fuga. Uno di essi però pagò la sua infamia, e fu ucciso.»
Al contatto dei soldati del papa e di chiercuti senza cuore e senza vergogna, anco la cortesia gallica si tramutava in nefande imprese da masnadieri!
La democrazia italiana invece, oltre quello olimpico di Garibaldi, in Mentana rammenterà sempre con orgoglio i nomi di Fabrizi, Alberto Mario, Menotti, Canzio, Valzania, Missori, Antongini, Salomone, Burlando, Stallo, Bezzi, Guerzoni, Tanara, Cella, Razeto, Mayer coi suoi ferrei livornesi, e ad uno ad uno di tutti i suoi romanzeschi paladini, che vi soccombettero ravvolgendosi al pari di Ferruccio nel vessillo italiano o vi tennero alta e ne riportarono la bandiera senza macchia o viltà.
E fra questi ultimi va pure con cento altri rimembrato l'allora diciottenne Emilio De-Albertis, il figlio dell'eminente patriotta e pittore di battaglie Sebastiano, che soldato l'anno prima in cavalleria Aosta a Custoza ed ora sergente nella colonna Missori, nella ritirata, col compagno scultore Riccardo Ripamonti, da Mentana a Monterotondo, giovine qual era, subì una lacerazione al polmone che dopo qualche anno lo tradusse al sepolcro.
L'indomani della battaglia il nostro tromba Tito Bianchi di Lecco vide a sinistra dello stradale in salita fra Mentana e Villa Santucci e dentro il cavo d'una antichissima e grossa pianta smidollata un giovane garibaldino ucciso.
Egli mostrava i segni della morte violenta, aveva i muscoli rattratti ed era stecchito dal gelo della notte.
Ma il biondo guerriero dentro la nicchia dell'albero reggevasi ancora in piedi spaventoso come lo spettro del rimorso, aveva gli occhi sbarrati e diacci come acciaio di pugnale e immoto li figgeva tuttavia a minaccia e vendetta contro l'accampamento dei suoi massacratori.
Quel giovine che combatteva morto e la vecchia scorza del tronco fulminato e cariato, dentro il quale era ferito, rappresentavano la tragedia di Mentana.