La nuova Italia aveva soccombuto, ma la sconfitta non ne fiaccava l'energia della giovinezza: al carcame del papato temporale non restava che il cadere in frantumi ed in polvere.

Gli splendidi eroismi dei Cairoli a Villa Glori, di Raffaele De Benedetto a Monte San Giovanni, di Giuditta Arquati in Trastevere e dei martiri di Mentana non potevano restar a lungo invendicati e aspettano il loro poeta del trionfo.

[Illustrazione: Ara dei caduti a Mentana.]

I rimasti e il dito di Dio.

In Mentana dal castello, dalle case elevate a due e tre piani, dalle barricate, dai muricciuoli si continuarono le archibugiate fino a sera tarda. Noi facendo fuoco e tra il clangore delle trombe e le grida dei difensori, quantunque in realtà si fossero uditi acuti e quasi lamentosi gli squilli della assemblea generale e della ritirata, credevamo che tutto il nostro minuscolo esercito fosse racchiuso od in giro al villaggio e non ci eravamo accorti che Garibaldi col grosso delle truppe avesse dovuto indietreggiare su Monterotondo. E ciò riuscì provvidenziale, perchè la nostra presenza in paese trasse in inganno il nemico e preservò certo da novella strage e forse da prigionia il generale ed i battaglioni riparatisi in quella rocca.

Al calar della notte rimbombarono isolati gli ultimi ed infrequenti colpi dei nostri catenacci, gli alleati da parecchio tempo più non rispondevano e pel maestoso anfiteatro di colline nascosto dalle tenebre e intorno a Mentana si formò il silenzio funebre, che sussegue la ferocia della battaglia. Ci pareva strano di non sapere di Garibaldi, che portava sempre moto anche nell'oscurità, e di non vedere verun ufficiale superiore, che visitasse i combattenti o recasse ordini. Si fece il giro per l'unica strada del villaggio, se ne esplorarono le adiacenze e si comprese che eravamo rimasti soli e che un grave compito ci spettava pel mattino, finchè la nostra posizione non fosse schiarita. Entrati per le case tutte aperte, vi trovammo i volontari, che giocondi e ciarlieri per una supposta vittoria, si riscaldavano senza noia alcuna in cerchio a gallorianti fiamme dei focolari delle cucine preparandosi ad un secondo cimento, o stanchi si erano coricati lungo i pavimenti, su qualche manata di fieno o di paglia o su pei letti dei proprietari e delle proprietarie, che pigliavano parte alla festa notturna come se all'indomani dovessimo marciare su Roma.

Nella casa a mezzo il paese del sindaco successe un episodio ricordevole. In una camera a primo piano sgombra di tutto, e nella quale stavano sdraiati a terra vari garibaldini in dormiveglia alla penombra d'una lucernetta, egli aveva un tavolo liscio di bianca pecchia, che pare gli dovesse servire di scrigno. Il sindaco, ottima persona, aveva accordato la più cordiale ospitalità, nella quale oltre la legna pel camino acceso a baldoria ci scappava qualche regalo d'un fiasco di vino. Venuto malgrado la sua buona voglia in qualche sospetto o per tôrsene anche l'idea, bighellonando così come si usa, s'accostò al suo tavolo, ne tirò per la chiave il cassetto e guardovvi dentro. Oh meraviglia! lasciò dischiuso il tiretto e venne affannato a dirmi che trovava scomparsi parecchi scudi d'argento. Ne corse subito la voce per le stanze, i garibaldini si levarono tutti in un attimo come per offesa all'intiero corpo e in un batter d'occhio fu scoperto il colpevole, che lì sui due piedi si beccò una gragnuola di pugni e schiaffi, tra il suon dei quali fu costretto estrarre il denaro involato e fu destinato alla fucilazione da eseguirsi dopo la nuova battaglia. Gli scudi furono tosto restituiti al padrone, che rimase sorpreso dello slancio d'onestà di quei giovani, ben pochi dei quali avevano un soldo in tasca. Biricchini ve n'hanno ovunque, ma questo incidente attesta qual senso morale dominava fra i nostri valorosi.

Intanto gli alleati non avevano potuto penetrare in Mentana e quella notte abbastanza fredda dovettero dormire alla serena e quantunque vincitori farci umilmente anticamera.

Noi avevamo stabilito un Comitato di difesa, ma all'alba scorgemmo le colline e le strade intorno letteralmente invase da larghi sciami di nemici e cosparse di calzoni rossi, Garibaldi non si vedeva comparire nè se n'udiva verun moto, onde ritenendo impossibile qualunque resistenza si decise l'invio di parlamentari per trattare la capitolazione ai patti più onorifici. Alzata dal castello la bandiera bianca, continuò la sospensione d'armi ed i parlamentari capitano Papiri e tenente Cavo si erano già recati al quartier generale avversario, il giorno già chiaro e lucido, quando d'improvviso e di straforo s'avanzò dalla parte della chiesa una sezione del 59º reggimento di fanteria francese. In testa marciava il suo colonnello e solo gli corsi incontro a rimproverargli la violata tregua e invitarlo a ritirarsi al suo posto. Ravvisandogli sul petto la medaglia commemorativa della guerra di Lombardia nel 1859, meravigliai che egli portasse ancora quel simbolo d'amicizia con noi e con qualche frase insolente gli dissi che i difensori del papa dovevano portare la sottana e non i nostri ricordi. Quell'ufficiale, che forse era un prode ed un gentiluomo, si fece rosso in viso per le verità slanciategli come saette a bruciapelo, non rispose verbo alle contumelie ed essendosi fermato in asso coi suoi soldati si limitò a dire che secondo i patti conchiusi coi parlamentari, non per anco tornati, egli aveva avuto ordine di render prigionieri tutti i garibaldini occupanti le case. E malgrado le proteste s'avanzò nella via del villaggio.

La convenzione invece stipulata dai parlamentari era la nostra resa colla piena libertà di tutti senza distinzione fra castello o case.