I volontari dalle finestre avevano assistito al colloquio e tirato alcune fucilate, ma quando si riseppero prigionieri, per non cedere intatte le meschine ma gloriose armi, come per un comando elettrico spezzarono i fucili sui davanzali e con accenti d'imprecazione li gettarono scavezzati giù in mezzo alla strada. E poi vi scesero anch'essi e il reggimento fedifrago si convertì in una perfetta siepe rettangolare di sbirri a baionetta in canna per tradurli captivi a Roma.
Anch'io era del numero, ma arrestatasi la comitiva presso la rampa del castello e accortomi di qualche oscillazione per nuovi diverbi sui patti della resa, inutilmente avvertii di seguirmi il fratello Francesco e alcuni miei compatriotti di Lecco e, declinando il mio grado, presi per le spalle e scostai due buoni fantaccini galli, loro ordinando di lasciarmi il varco, ed essi sbalorditi e ignari aprirono le file e mi trovai libero fuori del maledetto cordone. Avevo prima visto il colonnello medico Bertani intento ai feriti nell'oratorio di Sant'Anna verso la metà del paese e mi ricoverai da lui che, scaltrito dell'affare, mi assunse provvisoriamente qual membro dell'ambulanza finchè i carcerieri non si fossero allontanati.
Andava morendo in distanza il rumore dei passi della triste comitiva, gli abitanti stavano accovacciati per le case, e la strada di Mentana per tutta la sua lunghezza taceva come un sepolcro.
Salutai Bertani, che tetramente soffriva della patria sciagura rintuzzando persino le frasi roventi della sua impetuosa bile, uscii dall'oratorio tramutato in suo ospedale e m'avviai solingo al castello. Quivi Papiri, Sgarallino, Nicotera, Torri-Tarelli Carlo ed altri ufficiali gridavano per la tradita capitolazione e i francesi collocarono subito dopo un picchetto di guardia al portone d'ingresso e una compagnia in rango e ad armi pronte nel cortile. Eravamo tutti prigionieri e contro la forza soverchiante non giovava la parola.
Capitò poscia in castello, furibondo e sbraciando come un'anima dannata, il maggiore Fauchion, capo di stato maggiore del generale Polhès, che rinserrò quattordici o quindici ufficiali garibaldini nella oblunga stanzuccia da letto a tramontana della custode, con intimazione di depor tosto sul tavolo alla parete tutte le armi, di cui fossimo in possesso, sotto pena in caso di rifiuto d'immediata fucilazione. Chiuse l'uscio a chiave, che ritirò egli stesso, e se ne partì.
Dopo un quarto d'ora il maggiore rosso in volto come bragia ed esalando saracchi fu di ritorno, guardò sul tavolo e vi numerò solo quattro o cinque tra pistole e rivoltelle.
—Signori ufficiali—garrì egli in francese spalancando l'uscio e additandoci un pelottone di fanteria postovi in due file a quattro passi nella corte.—Qui non vi sono tutte le vostre armi: se fra dieci minuti non le son tutte consegnate, i renitenti saranno fucilati.
Richiuse l'uscio e se n'andò.
Il fratello del generale Nicotera stava ritto in piedi tra la comodina e il letto della guardiana del castello e aveva arrotolato il suo sciabolone nel ferraiuolo. Fremendo lo slegò e depose con ribrezzo la grande lama sul tavolo.
Dopo un venti minuti riapparizione del maggiore più calmo, nuovo conteggio e ripetuta minaccia, ma senza la fibra bestemmiatrice di prima.