Io e il tenente Costantino Tamanti delle Marche, uno dei settanta di Cairoli e chiamato in celia per la sua ampia barba argentea e le strane avventure il Mago Sabino, stavamo seduti su due sacchi di ceci nel vano dell'unica finestra in fondo della camera e rimpetto all'uscio ed eravamo gli ultimi restii possessori di due rivoltelle, che ad ogni arrivo e minaccia del maggiore cercavamo di meglio nascondere fra' panni.
—Tu la consegni?—mi chiese Tamanti.
—Io no, e tu, Mago?
—Neppur io.
E attendevamo in silenzio la nostra sorte.
Per fortuna e non si sa per qual cagione Fauchion più non riapparve e invece un sergente del pelottone, nostra spada di Damocle, venne ad aprire e a dirci che tutti gli ufficiali erano liberi di uscir dal castello e scendere in borgo.
Non ce lo facemmo replicare, uscimmo dalla cella, si avvertirono della cosa molti volontari, che nel cortile ci si accalcarono incontro, e con noi se la svignarono parecchi di essi annunciandosi alle sentinelle di guardia per altrettanti ufficiali, giacchè nessuno recava distintivi.
In quel mentre entravano a scombutta in Mentana le truppe francesi e papaline, la pareva una orda selvaggia e sitibonda, i dragoni pontifici sfacciatamente si mescolavano all'artiglieria francese, la fanteria francese era regolarmente in colonna e i fantaccini del papa le si cacciavano di mezzo come tanti monelli, cavalli e cannoni andavano a badalucco e il tutto specialmente per parte dei soldati papali aveva l'aria di una fiera di ubbriachi.
Un cardinale, alto e tarchiato come un colosso, in veste talare e calze pavonazze, a capo scoperto, agitando colla sinistra la calotta e alzando fra la turba l'indice della destra, lungo e grosso come un palo, sgonnellava tra quei forsennati e strillava a pieni polmoni come un banditore del mercato:
—È il dito di Dio! è il dito di Dio!