Colle gradassate volevano vendicarsi dell'aver ripetutamente mostrato le suole delle scarpe ai garibaldini, e gli è proprio vero che il vile fa sempre maggior baccano dell'eroe, modesto perchè consapevole delle difficoltà superate.
Ai francesi dava ai nervi tal condotta dei pontificii e da loro non partiva un solo evviva a Napoleone.
Quei soldati erano silenziosi, e come stupiti del contatto con gente briaca e ingenerosa si guardavano attorno senza parola e pareva vergognassero di una nefanda azione.
Noi eravamo digiuni da due giorni, osservavamo col cuore gonfio di malinconia la ridda, che ci si ballava in giro, pensavamo alla battaglia di ieri, al disinganno scaturitone, ai castelli rovesciati, a Garibaldi e ai ritiratisi, all'Italia e ai parenti, e non ci accorgevamo neppure che la fame ci rodeva le viscere.
Verso le tre pomeridiane di quel giorno, lunedì 4 novembre, il maggiore Fauchion per preservarci dalle brutalità dei papalini combinò che noi saremmo condotti a Passo Corese sotto la scorta di una compagnia francese. Questa con baionette in canna ci rinchiuse nel suo quadrato e fissando per l'ultima volta Mentana e i suoi memori poggi principiammo la dolorosa marcia.
Tutti procedevamo a piedi eccetto il maggiore Sgarallino, Bertani serio e pallido colla sua faccia a taglio di spada ricordante l'energica di Saint Just andava di fianco al capitano Fougerousse comandante la compagnia di sorveglianza, pel silenzio glaciale e pei passi misurati la intiera comitiva sembrava la confraternita della misericordia, e solo il livornese Sgarallino taciturno a cavallo nel mezzo di essa, colla barba e i capelli arruffati che si confondevano coi peli del berretto di lontra, col ruvido tabarro che gli copriva col ronzino tutta la persona, arieggiava il Ghino di Tacco ideato dal suo fantastico concittadino Guerrazzi.
Giunti prima di sera al piè di Monterotondo, mentre contemplavamo ad estremo vale la famosa torre del palazzo Piombino, vedemmo uscire dalla porta sottostante ilare, paffuto e rubicondo un grasso e piccolo pretaccio, che stringeva a braccetto all'uno e all'altro fianco due vaghissime ragazze, rosse e fresche come mele poppine appena colte, e ridendo con esse sgangheratamente e gongolando di gioia scendeva la rampa verso la nostra triste colonna.
I garibaldini a quella vista non poterono trattenere un urlo d'imprecazione e di motteggio e i francesi, capi scarichi anch'essi e nemici del prolungato corruccio, malgrado la disciplina dovettero parteciparvi.
Una folla di contadini guidati da preti ci rispose con ogni sorta di minaccie e di insulti, e un conte Ramarini facendosi largo coi gomiti s'avvicinò a Bertani, che camminava in testa della colonna con Fougerousse, e gli sputò in viso. La destra del severo capitano francese corse rapida come lampo sull'elsa della spada e il codardo giudeo guizzò veloce fra la moltitudine e scomparve.
Pochi giorni dopo la breccia di Porta Pia, in settembre del 1870, Bertani incaricò il commilitone Domenico Narratone, testimonio della schifosa scena, d'irne a Monterotondo a portare, in compagnia di Raffaele Giovagnoli, un suo cartello di sfida all'autore dell'indegno atto di tre anni innanzi. Ma Giovagnoli, nativo di Monterotondo e ben conoscendo il Ramarini, scrisse a Narratone consigliando Bertani a desistere dal suo proposito e assicurandolo che il conte papalino, decorato da Pio nono della croce di cavaliere di non si sa qual ordine, non avrebbe accettato la sfida. Bertani capì il latino, e intento a cose ben più gravi non s'atteggiò indarno a capitan Fracassa e lasciò finir lì il negozio nello sprezzo dovuto.