Bisogna risalire a quei dì. I «calcoli» di Napoleone III davan legge all'Europa. Il mondo politico si curvava tremante ed adorante innanzi all'uretra imperiale. Il bollettino del sommo clinico Nelaton, medico dell'imperatore, regolava il corso delle faccende di quaggiù.
Ma Garibaldi non era un uomo di quaggiù. Bello e sublime arcangelo della rivoluzione, il soldato dei Due Mondi, aveva, nel deserto delle speranze d'Italia asservita al secondo impero, elevato il grido di Roma o morte! E tutto un popolo dietro lui si mise: e dalla gioventù universitaria, dalle officine, dai campi, dal commercio, dalle schiere volontarie del 1860 e del 1866 proruppe, eco formidabile, il plebiscito degli italiani, che gli si stringevano intorno, anelanti a consacrare nella eterna Roma il nuovo patto della patria una e redenta.
Invano la diplomazia tentò sbarrare la via alla crociata garibaldina. Invano il Governo, esitante, incerto, pauroso, s'argomentò di frenare tanto impeto. Invano Rattazzi, sulle prime trascinato nel movimento, procurò poi resistere, sicchè, travolto da quella audacia portentosa, dovette ritirarsi. Invano la reazione, capitanata dal nuovo ministero Menabrea, ubbidì al cenno delle Tuileries con dichiarare fuori della legge i combattenti nell'Agro romano. Invano allo jamais di Rouher rispose la fratricida frase di Failly: «les chassepôts ont fait merveilles». Invano l'augusta parola dell'eletto dai plebisciti fu provocata dalla reazione per demolire l'impresa. Invano l'ultra-montanismo francese mandò i battaglioni di Magenta e di Solferino a rinforzare i reggimenti pontificii. Invano stettero mille contro dieci. Invano, deserti d'ogni ausilio, i volontarii furono schiacciati e costretti a rifare in ritirata la strada maledetta di Passo Corese.
L'affermazione del diritto nazionale non è soppressa dalle catastrofi.
La coscienza d'un popolo non è menomata dalle disfatte. Succede per
essa ciò che successe al mitologico Anteo, soffocato dalle braccia di
Ercole. Toccando il suolo riprende virtù e gagliardìa rinnovate.
Così fu, così è di Montana. Quel sacrificio ritemprò le fibre rilassate. Quel sangue fece rigermogliare il simbolico albero della speranza. Quell'olocausto—disse Giuseppe Ferrari—fu una necessità storica. Ma una necessità feconda. Infatti il cannone che nel 1870 aprì la breccia fra Porta Salara e Porta Pia, era stato tre anni prima caricato sui tragici colli dell'antica Nomento dalla mano dei martiri nostri.
Oggi, qui, di Mentana ci riparla il volontario di quel dì: Ernesto Pozzi: nome caro alla giovane democrazia dei tempi nostri, quando c'erano ancora dei giovani pel quali la fede nella nuova Italia era segnacolo in vessillo. Il buono e bravo Ernesto Pozzi, oggi avvocato grigio e posato, ma allora florido, fresco, instancabile, insurrezionale perpetuo dell'università; e che col suo fare da inspirato e la sua testa fatale, tra l'una e l'altra lezione di diritto, se ne andava col bastoncino fra mani ed un eterno flore nel nastrino del cappello ad inscriversi fra i partenti, appena odor lontano di polvere garibaldina sentivasi per l'aria.
Ernesto Pozzi è tutto quel che di più brianzuolo ci sia e ci tenga ad esserlo. Nato ad Acquate il 9 luglio 1843—il paesello del favoleggiato Don Abbondio negli ammirabili Promessi Sposi—era spiegabile che i suoi volessero farne fuori un successore al tremebondo curato manzoniano. Però fra le mura del seminario di S. Pietro in Barlassina il piccolo Ernesto non trovò la vocazione pel santuario; sicchè, compiutivi i primi studii, spogliò la veste talare e le brache corte, ed il liceo Beccaria di Milano ebbelo fra i suoi più vivaci e più svegliati scolari. Ma nel 1860 c'era ben altro da fare che studiare filosofia. Ed Ernesto mise sotto chiave i sillogismi e se ne andò in Sicilia colla seconda spedizione, che ebbe nome dal generale Medici. L'età immatura avevalo fatto respingere dai ruoli dei Mille. Ritornato, dopo la campagna, riprese gli studî interrotti, e nomade cultor delle Pandette, seguì i corsi legali a Torino, a Genova, a Pisa, dove si laureò. Su pei greppi del Trentino, nel 1866, a Mentana nel 1867—imperando il reazionario gabinetto Menabrea—fu, per le sue idee politiche molto accese, messo, con altri patrioti, all'ombra, nelle carceri genovesi. Ne uscì, dopo un'ordinanza di non luogo a procedere, tre mesi appresso: e più tardi, le peripezie di quel processo e di quella prigionia, egli descrisse nella sua: Estate in Sant'Andrea. Nell'ottobre del 1870 partecipò alla campagna di Francia come capitano; e dopo la battaglia di Pranthoy fu promosso al grado di capo squadrone di stato maggiore.
Ora Ernesto Pozzi vive a Lecco. Da undici anni è consigliere provinciale a Como; nelle elezioni politiche fu quattro volte candidato radicale con migliaia di voti nel suo collegio; e se non lo si elesse, si fu pei suoi principî schiettamente repubblicani.
Ecco le principali sue pubblicazioni: Storia e letteratura, con altri scritti; I martiri del 1866 e il maggiore Lombardi; Una corsa per l'Europa; La contessa e il banchiere; Un'estate in Sant'Andrea; Biografie e paesaggi; La libertà combattuta; Scaramuccie; Mentana e il dito di Dio, ecc., ecc.
Su queste opere del ferace ingegno di Ernesto Pozzi, la Bio-Bibliografia generale italiana del prof. Paolo Zincada, pubblicata l'anno scorso, raccoglie alcuni giudizi della critica. Per esempio: la Storia e letteratura fu da Giulio Uberti, il poeta civile, giudicata con somma lode; sulla Contessa e il banchiere e sull'Estate in Sant'Andrea, Francesco Domenico Guerrazzi scrisse all'autore lettere lusinghiere, e le Biografie e paesaggi e la Corsa per l'Europa riscossero gli elogi di Luigi Settembrini. La Libertà combattuta ebbe la fortuna di quattro edizioni, e alle Scaramuccie stese la prefazione Filippo Turati.