Allora in Italia, omettendo gli austriacanti e i cortigiani o masnadieri dei principi decaduti, esistevano due partiti: il moderato e quello d'azione. Il primo come il leone della favola reclamava le prede e accettava gli utili fatti compiuti colla scusa del proverbio fiorentino, che cosa fatta capo ha; riveriva come tutore e patrono Napoleone III che ingannava e tradiva gli Italiani al pari dei Polacchi, e d'accordo coi neo-guelfi aveva colla cruenta convenzione del 15 settembre 1864 implicitamente rinunciato alla nostra capitale.

Il partito d'azione o dei frementi, audace e circondato di prestigio per le splendide glorie e le memorabili sciagure del 1833, del 1844, del 1848, del 1849, del 1853, del 1857, del 1859, del 1860, del 1862, del 1864 e del 1866, voleva ad ogni costo l'Italia riacquistata da valore italiano, detestava il sire usurpatore del Due Dicembre e contro ogni costui trama e prepotenza imponeva e tentava la liberazione dei sette colli, da dove soltanto riteneva potersi parlare all'Italia intiera.

E la lotta dei due partiti non era mica platonica, accademica o di semplici opinioni tranquillamente manifestate. Napoleone nel 1862 ordinava alla sua flotta nel Mediterraneo di colare a fondo Garibaldi se lo incontrava in mare; in Parlamento i trentatrè della sinistra storica con Crispi, Guerrazzi, Brofferio, Cairoli, Bertani, Nicotera, Macchi pugnavano gladiatoriamente colle valanghe di destra e centro; Bertani rimaneva impassibile come Ajace a sfida contro ministri e maggioranza, accusati di violazione del segreto delle lettere, che spaventosamente gli urlavano in faccia; Garibaldi veniva pigliato a fucilate, ferito e rinchiuso nel bagno penale del Varignano; si teneva ferma la condanna di esilio e di morte sul capo di Mazzini o si tentava troncargli i nervi con corrispondenze ed abboccamenti col re; perquisizioni, arresti, prigione, sequestri, processi, calunnie erano le armi dei moderati contro i prodi che nutrivano e riscaldavano il sentimento italiano.

La vecchia e deperita Italia coi suoi vizi, le sue mollezze, la sua educazione gesuitica e da confessionale e le sue abbiette tradizioni di servitù, si dibatteva con tutti gli agevoli istromenti del potere contro il fuoco, l'entusiasmo e la santa vigorosa ribellione della giovane Italia. E storia la è codesta e certi fanciulloni, che s'ammantano di pretesa serenità imparziale perchè codardamente stettero estranei a quelle lotte, sono degni del limbo e di un indulgente sorriso di commiserazione.

Il partito rivoluzionario si agitava quale vulcano in eruzione e distruggeva tutti gli ostacoli come lava che spazza via selve, vigneti e messi finchè non si trovi al fondo. Società, comitati, comizi, stampa battagliera, voce alta e senza paura, apparecchi d'armi, tentativi, insistenza per Roma metropoli erano la sua forza e la sua organizzazione.

Egli non poteva dimenticare la spedizione d'Oudinot a Roma, la subdola pace di Villafranca, il mercato di Nizza e Savoja coi sessanta milioni e i dispari trattati commerciali per giunta, le trame per Murat a Napoli, e per un principe napoleonico in Toscana, le fregate francesi allo stretto di Messina nel 1860, la continua prevalenza e le minacce galliche nei nostri negozi, la démonstration sanglante di Custoza nel 1866, la cessione di Venezia col marchio infamante di Lebeuf, la revocata conquista del Trentino e la spavalda occupazione di Roma. Minghetti e Visconti Venosta, che avevano stipulato la vergognosa convenzione di rinuncia a Roma, e Ricasoli, che vi mandava Tonello per trattative col papa al quale si pagavano gli interessi del debito pontificio, cadevano sotto la pubblica indignazione e la reggia doveva ricorrere al suo parafulmine affidando il governo a Rattazzi.

I Francesi avevano sgombrato Roma l'11 dicembre 1866 e tosto Comitato nazionale romano, emigrati romani, Unione liberale italiana e Centro di insurrezione, governato quest'ultimo dal colonnello Giacinto Bruzzesi, cominciarono la propaganda per l'acquisto della nuova Gerusalemme. Garibaldi verso la metà dei febbraio 1867 era piombato d'improvviso come aquila sul continente e il 22 marzo da S. Fiorano annunciava al mondo, che era superbo di riprendere il titolo e l'ufficio di generale romano, e poscia raccomandava l'Obolo della Libertà in chiara antitesi all'Obolo di San Pietro.

Nel giugno si tentava un'invasione nel territorio pontificio dalla parte di Terni, e nel luglio Garibaldi proclamava: «E chi negherà ai Romani il diritto di insorgere? Agli Italiani il dovere di aiutarli? Vi è forse una tirannide più degradante di quella del papato, messo lì nel core della penisola per impedirle di costituirsi; per seminarla di briganti; per raccogliere nel suo seno tutto quanto l'oscurantismo mondiale; per mantenere tra questo povero popolo la miseria, l'ignoranza e la discordia? Missione degna del Bonaparte, protettore di tutte le tirannidi, fu quella di volere eternare quella di Roma coll'esecranda Convenzione di settembre.»

Rattazzi, legislatore anticlericale ma uomo politico da burla, il 21 settembre annunziava che seguiva con diligenza grande l'agitazione che col nome glorioso di Roma tentava spingere il paese a violare i patti internazionali e soggiungeva: «In uno Stato libero nessun cittadino può farsi superiore alla legge e mettere sè stesso in luogo dei grandi poteri della nazione e di suo arbitrio disturbare l'Italia nella dura opera del suo ordinamento e trascinarla in mezzo alle più gravi complicazioni.»

Garibaldi per tutta risposta s'era recato a Sinalunga sul confine
romano e Rattazzi ve lo faceva arrestare e tradurre alla fortezza di
Alessandria. Lungo il viaggio, a Pistoja, Garibaldi consegnava a Del
Vecchio, da pubblicare, questa lettera: