Napoleone allo scoppio dei tumulti in Roma e della insurrezione nell'agro circostante, offeso nell'orgoglio al pari d'un ragazzo pervicace e atteggiandosi a pedagogo, armato di ferula, minacciò di bombardar Genova e Napoli e occupar Firenze, come se queste città e gli Italiani fossero di pasta frolla e da Tolone allestì la partenza di suoi soldati per Civitavecchia.
A Firenze il governo era in sconquasso e Giorgio Pallavicino, Crispi, Cairoli, Miceli, De Boni, componenti il Comitato centrale di soccorso, dominavano quasi arbitri la posizione nell'orgasmo nazionale, Cialdini invano cercava calmar Garibaldi in un segreto colloquio con lui in casa Lemmi e non riusciva a raccozzare un ministero.
E' vi furono del momenti in Italia, in cui, come dopo Custoza nel 1860 e poco prima di Mentana, un Cromwell avrebbe potato arditamente afferrarne le redini e guidarla forse a più splendidi destini. Ma il patriottismo sincero sovrastava a tutto nell'animo dei capi rivoluzionari e la paura di guerra civile si trasfondeva nel solenne ed epico obbedisco di Garibaldi.
Fatto sta però che la vecchia bandiera del 1860 non sventolava per l'Agro romano e il tentativo del maggior Ghirelli con Franco Mistrali di innalzarvela da Orvieto e da Orte fu soffocato nel biasimo generale. A Roma si doveva decidere codesta questione allora secondaria e giacchè il solo popolo vi lasciava sulla via sangue e cadaveri, niuno poteva osar prima di risolverla.
Il Comitato centrale di soccorso sedeva in Firenze in una vasta ed ampia sala presso l'Arno tappezzata in rosso amaranto e sguernita d'ogni arredo, tranne un tavolo coperto da tappeto verde. Là si trovava assiduo Giorgio Pallavicino co' suoi occhioni di vivezza ancor giovanile, che brillavano per la gioia di grandi eventi. Quel vecchio superstite del 1821 sembrava una robusta quercia solitaria tra i venti e la frugna delle montagne e rappresentava quella aristocrazia generosa d'Italia che, sacrificando fortuna e tutti gli agi della vita, resistette ognora impavida allo straniero e alla schiavitù e sentiva l'orgoglio personale e la dignità di liberi cittadini. Gli era sempre devota al fianco la risoluta e simpatica sua signora, che ricordava i nobili sacrifici e gli amori dello Spielberg e pareva eccitare quel sereno vegliardo ad ogni nuovo e più ardito rischio. Egli ed ella accoglievano noi giovani come figli, c'informavano delle ultime notizie e ci battevano seriamente la mano sulla spalla come a cui ripromette un bene insperato.
Crispi, fibra d'acciaio ed avvezzo ai più strani pericoli ed a pensate audacie, era focoso e in un tranquillo al pari del suo Mongibello coperto di neve, dava ordini secchi e tra l'un comando e l'altro si stringeva a consulto con Cairoli.
Cairoli, prototipo del patriottismo senza secondi pensieri, aveva i sopraviventi fratelli nell'Agro romano, era come di consueto dolce, affabile, pieno d'energia come un geniale guerriero da poema e blandamente altiero che la sua famiglia non fosse seconda nella partita d'onore coraggiosamente impegnata. Egli zoppicava per la gloriosa ferita alla gamba e toccava a noi giovani aiutarne i passi dalla sala o dal parlamento all'albergo. Il valoroso pavese ringraziava col suo sorriso da fanciulla e colla sua franca voce di pieno petto a contrasto stentorea.
Quale doveva essere la felicità di Filippo De Boni, che aveva descritto gli orrori della santa Inquisizione e gli scandali della Corte pontificia e sospirava vicina la catastrofe del triregno e del vincastro cattolico?
Il calabrese Miceli alla vista dei volontari non poteva temere che la bandiera d'Italia venisse da essi trascinata nel fango.
E i nostri posteri non potranno lamentarsi che la vecchia e la nuova generazione dal 1848 al 1871 non abbiano loro rimessi in eredità argomenti di balda poesia e di cavallereschi romanzi e scene degne di novella e di canto. [Blank Page]