Oltre il confine sacro.

Terni, la patria di Tacito, meritava di essere il centro e il ricapito dei militi, che s'avviavano al confine per far cessare le vergogne romane. Colà pareva che l'ombra del fiero storico ne aleggiasse sopra le teste e ne inspirasse magnanimi propositi contro il covo di vipere alimentate dalla malaria e dalle febbri palustri della campagna romana.

Quella piccola e di solito deserta città a bastioni formicolava d'armi e d'armati; i vecchi compagni s'incontravano e baciavano per via abituati alle danze della morte, e quasi comica era la confusione tra noi per risapere se di fronte ai nostri preparativi palesi e nascosti l'esautorato governo d'Italia li acconsentisse od osteggiasse. Noi eravamo abbastanza indifferenti alle sue intenzioni e da veri artisti, mentre si formavano le varie colonne, trovavamo tempo di dare una capata alla famosa ferriera e di salire a cavallo dei somarelli ad ammirare dall'una e dall'altra parte, coi versi di Byron, la celebre cascata delle Marmore.

Colla legione capitanata da Missori il gentile e composta di pochi noi lombardi e di romagnoli, partimmo a piedi da Terni per Passo Corese. Tutti eravamo in borghese, meno qualche rara camicia rossa, e giunti a Cantalupo in una giornata di gran sole, vi trovammo un drappello di cavalleria regolare, che ci avvertì essere scaglionato a Corese un reggimento di granatieri per vietarci il valico di confine. Si fecero i fasci d'armi in un campo fuori del villaggio e poi si ritirarono tutti i fucili e le munizioni, con incarico a chi scrive di procacciarne i mezzi di trasporto fin dentro il confine. A notte Missori partì colla colonna inerme e uno stesso garbatissimo ufficiale di cavalleria mi provvide al buio i carri pel trasporto della merce di contrabbando.

Il mattino arrivavo lemme lemme e come un carrettiere, con sottile scorta a Passo Corese e alla vista dei granatieri lungo la ferrovia e di due sentinelle impassibili a ciascun lato dell'angusto ponte di barriera, era il caso di non saper che pesci pigliare.

—Mò si fa la frittata!—dissi fra me.

Gli schioppi e le munizioni erano celati da coperte, e uomini e bestie si tirava innanzi adagio come stracchi da lunga marcia, ma senz'aria di frodo e facendo lo gnorri per non pagar dazio.

D'un tratto adocchiai la svelta figura di Missori, che vigile mi venne incontro e mi passò a fianco susurrandomi di continuare la strada come se nulla fosse. Quindi egli ritornò verso il ponte e s'imbattè nel gigantesco Caravà, colonnello del settimo reggimento di granatieri a guardia del confine, e riconosciutolo tosto per amico, gli strinse la mano [Vedi illustrazione], aprendo una animata e festevole conversazione con lui. Il colonnello ci volgeva le spalle quadrate e in un attimo noi e i carri sgusciammo sul patrimonio di San Pietro.

[Illustrazione]

Eravamo sul territorio del papa e ci pareva di essere al sicuro, salvo il buon fine, come di una cambiale in pericolo.