Guardate gli esempii che avete sotto gli occhi: tutto quello che di mano in mano i lavoratori producono, non va forse nelle mani dei padroni che stanno a guardare?

Oggi uno compra per pochi soldi un pezzo di terra incolto e paludoso; vi mette degli uomini a cui dà appena tanto da non morir di fame d'un tratto, e resta ad oziare in città. Dopo alcuni anni, quel pezzo inutile di terra è diventato un giardino e costa cento volte quello che costava in origine. I figli del padrone, che erediteranno questo tesoro, diranno che essi godono per i sudori del loro padre, ed i figli di quelli che hanno realmente lavorato e sofferto, continueranno a lavorare e soffrire. Che ve ne pare?

Beppe. — Ma... se davvero, come tu dici, il mondo è andato sempre come ora, non c'è che dire, ai padroni non spetterebbe proprio niente.

Giorgio. — Ebbene, voglio supporre ogni cosa a favore dei signori. Mettiamo che i proprietarii fossero tutti figli di gente che ha lavorato e risparmiato, ed i lavoratori tutti figli di uomini infingardi e scialacquatori. Vedete bene che è un assurdo quello che dico, ma, nullameno, anche se le cose stessero così, vi sarebbe forse maggiore giustizia nell'attuale organizzazione sociale? Se voi lavorate ed io faccio il vagabondo, è giusto che io sia punito della mia infingardaggine; ma non è giusto per questo che i figli miei, che potranno essere dei bravi lavoratori, debbano ammazzarsi di fatiche e crepar di fame per mantenere i figli vostri nell'ozio e nell'abbondanza.

Beppe. — Queste son di belle cose ed io non so darti torto, ma intanto i signori ce l'hanno la roba, ed alla fin dei conti noi dobbiamo ringraziarli, perchè senza di loro non si potrebbe campare.

Giorgio. — Si, ce l'hanno la roba perchè se la son presa colla violenza, e l'hanno aumentata pigliandosi il frutto del lavoro degli altri. Ma come l'hanno presa, così la possono lasciare.

Finora nel mondo gli uomini si sono fatti la guerra gli uni cogli altri; hanno cercato di levarsi l'un l'altro il pane di bocca, e ciascuno ha messo tutto in opera per sottomettere il suo simile e servirsene come si farebbe di una bestia. Ma è tempo di finirla. A farsi la guerra non ci si guadagna niente; e l'uomo, infatti, ne ha avuto miseria, schiavitù, delitti, prostituzione, e poi, di tanto in tanto, di quei salassi che si chiamano guerre o rivoluzioni. Andando invece d'accordo, amandosi ed aiutandosi gli uni cogli altri, non vi sarebbero più tanti mali, non vi sarebbe più chi ha tanto e chi ha nulla, e si cercherebbe di star tutti il meglio che si può.

So bene che i ricchi, i quali si sono abituati a comandare ed a vivere senza lavorare, non ne vogliono sapere di cambiar sistema. Noi sentiremo come la intendono. Se essi volessero capire, per amore o per paura, che odio e prepotenza, tra gli uomini non ve ne debbono essere più e che tutti debbono lavorare, tanto meglio; se poi ci tengono a godere dei frutti delle violenze e dei furti fatti da essi e dai loro antenati, allora l'è bella e capita: per forza essi si sono impadroniti di tutto quello che esiste, e per forza noi glielo toglieremo. Se i poveri s'intendono, sono essi i più forti.

Beppe. — Ma allora, quando non vi fossero più signori, come si farebbe a campare? Chi ci darebbe da lavorare?

Giorgio. — Pare impossibile! Come! voi lo vedete tutti i giorni: siete voi che zappate, che seminate, che falciate, che battete e portate il frumento nel granaio, siete voi che fate il vino, l'olio, il formaggio, e mi domandate come fareste a campare senza signori? Domandate piuttosto come farebbero a campare i signori se non vi fossimo noi poveri imbecilli, lavoranti di campagna e di città, che pensiamo a nutrirli, e a vestirli, e... somministriamo loro le nostre figlie, perchè possano divertirsi!