Giorgio. — La cosa è molto difficile, perchè col proprio lavoro, solo col proprio lavoro, oggi che i capitalisti ed il governo si pigliano il meglio dei prodotti, economie non se ne possono fare; e voi dovreste saperlo, che con tanti anni di assiduo lavoro siete sempre povero come prima. Del resto, io vi ho già detto che ognuno ha diritto alla materia prima ed agli strumenti da lavoro, quindi se uno ha un campicello, purchè lo lavori lui, colle sue braccia, se lo può benissimo tenere, anzi gli si daranno gli utensili perfezionati, i concimi e quanto altro gli possa occorrere per trarre dalla terra il maggior utile possibile. Certamente sarebbe preferibile ch'egli mettesse ogni cosa in comune, ma per questo non c'è bisogno di forzare nessuno, perchè lo stesso interesse consiglierà a tutti il sistema della comunanza. Con la proprietà ed il lavoro comune si starà molto meglio che lavorando da solo, tanto più che, con l'invenzione delle macchine, il lavoro isolato diventa, relativamente, sempre più impotente.
Beppe. — Ah! le macchine; quelle si, che bisognerebbe bruciarle! sono esse che rovinano le braccia e levano il lavoro alle povere gente. Qui nelle nostre campagne, ci si può contar sopra: ogni volta che arriva una macchina il nostro salario è diminuito, e un certo numero di noi resta senza lavoro ed è costretto a partire per andare a morir di fame altrove. In città dev'essere anche peggio. Almeno, se non ci fossero le macchine, i signori avrebbero maggior bisogno dell'opera nostra, e noi si vivrebbe un po' meglio.
Giorgio. — Voi avete ragione, Beppe, di credere che le macchine sono una tra le cause della miseria e della mancanza di lavoro; ma questo avviene perchè esse appartengono ai signori. Se invece appartenessero ai lavoratori sarebbe tutto il contrario: esse sarebbero la causa principale del benessere umano. Infatti le macchine, in sostanza, non fanno che lavorare in vece nostra e più sollecitamente di noi. Per mezzo delle macchine l'uomo non avrà bisogno di lavorare lunghe e lunghe ore per soddisfare ai suoi bisogni, e non sarà più costretto a lavori penosi eccedenti le proprie forze! Cosicchè, se le macchine fossero applicate a tutti i rami della produzione e appartenessero a tutti, si potrebbe, con poche ore di lavoro leggiero, sano e piacevole, soddisfare a tutti i bisogni della consumazione, e ciascun operaio avrebbe tempo per istruirsi, coltivare le relazioni d'amicizia, vivere insomma e godere la vita profittando di tutte le conquiste della scienza e della civiltà. Dunque, ricordatelo bene, non bisogna distruggere le macchine, bisogna impadronirsene. E poi, badate bene a questo, i signori difenderebbero o meglio farebbero difendere le loro macchine tanto contro chi volesse distruggerle, quanto contro chi volesse impossessarsene; dunque, dovendo fare la stessa fatica e correre gli stessi pericoli, sarebbe proprio una sciocchezza il distruggerle invece di prenderle. Distruggereste voi il grano e le case, quando invece ci fosse modo di farle diventare di tutti? Certo che no. Lo stesso dev'essere per le macchine, perchè le macchine, se in mano ai padroni sono tanta miseria e tanta schiavitù per noi, in mano nostra sarebbero invece tanta ricchezza e tanta libertà.
Beppe. — Ma per andare innanzi con questo sistema bisognerebbe lavorar tutti di buona voglia. Non è vero?
Giorgio. — Certamente.
Beppe. — E se v'è chi vuole campare a ufo senza lavorare? La fatica è dura, e non piace nemmeno ai cani.
Giorgio. — Voi confondete la società come è oggi e la società come sarà dopo la rivoluzione. La fatica, avete detto voi, non piace nemmeno ai cani; ma sapreste voi stare le giornate intere senza far nulla?
Beppe. — Io no, perchè sono avvezzo alla fatica, e quando non ho da fare, mi pare che le mani m'impiccino; ma ce ne son tanti, che resterebbero tutta la giornata all'osteria a giocare ai tressetti, o in piazza a fare i vanesii.
Giorgio. — Oggi si, ma dopo la rivoluzione non sarà più così, e vi dico io il perchè. Oggi il lavoro è pesante, mal pagato e disprezzato. Oggi chi lavora si deve ammazzar di fatica, muore di fame, ed è trattato come una bestia. Chi lavora non ha nessuna speranza e sa che dovrà andare a finire all'ospedale, se non finisce in galera: non può accudire alla sua famiglia, non gode niente della vita e soffre continui maltrattamenti ed umiliazioni. Chi non lavora invece gode tutti gli agi possibili, è apprezzato e stimato: tutti gli onori, tutti i divertimenti sono suoi. Anzi, fra gli stessi lavoratori, succede che chi lavora meno e fa cose meno pesanti, guadagna più, ed è più stimato. Che meraviglia dunque se la gente lavora malvolentieri, e, se può, non si lascia sfuggire l'occasione di non lavorare?
Quando invece il lavoro fosse fatto in condizioni umane, per un tempo ragionevolmente corto, coll'aiuto delle macchine, in condizioni igieniche; quando il lavoratore sapesse ch'egli lavora per il benessere suo, dei suoi cari e di tutti gli uomini, quando il lavoro fosse la condizione indispensabile per essere stimato in società, e l'ozioso fosse segnalato al pubblico disprezzo come avviene oggi per la spia o per il ruffiano, chi vorrebbe rinunziare alla gioia di sapersi utile ed amato, per vivere in un'inerzia, che è poi tanto dannosa al nostro fisico ed al nostro morale?