Oggi stesso, meno rare eccezioni, tutti sentono una ripugnanza invincibile, come istintiva, per il mestiere di spia e per quello di ruffiano. Eppure, facendo questi abbietti mestieri, si guadagna molto di più che a zappare la terra, si lavora poco punto, e si è, più o meno direttamente, protetti dalle autorità! Ma sono mestieri infami, perchè segno di profonda abbiezione morale e perchè non producono che dolori e mali; e quasi tutti preferiscono la miseria all'infamia. Vi sono bensì delle eccezioni, vi sono degli uomini deboli e corrotti che preferiscono l'infamia, ma si tratta sempre di scegliere tra l'infamia e la miseria. Ma chi mai sceglierebbe una vita infame e travagliata quando, lavorando, avesse assicurato il benessere e la pubblica stima? Se questo fatto si producesse, sarebbe tanto contrario all'indole normale dell'uomo, che si dovrebbe considerare e trattare come un caso di pazzia qualunque.
E non dubitate, no: la pubblica riprovazione contro l'ozio non mancherebbe di certo, perchè il lavoro è il primo bisogno di una società, e l'ozioso non solo farebbe del male a tutti, vivendo sul prodotto altrui senza contribuirvi coll'opera sua, ma romperebbe l'armonia della nuova società e sarebbe l'elemento di un partito di malcontenti che potrebbe desiderare il ritorno al passato. Le collettività sono come gl'individui: amano ed onorano ciò che è, o credono utile; odiano e disprezzano ciò che sanno o credono dannoso. Possono ingannarsi, e s'ingannano anche troppo spesso; ma nel caso nostro l'errore non è possibile, perchè è troppo evidente che chi non lavora, mangia e beve a spese degli altri, e fa danno a tutti.
Fate la prova a mettervi in società con altri per fare un lavoro in comune e dividervene il prodotto in parti eguali: voi usereste dei riguardi al debole ed all'incapace, ma allo svogliato fareste la vita talmente dura che, o vi lascerebbe, o si farebbe venir la voglia di lavorare. Così avverrà nella grande società, fino a quando la svogliatezza di alcuni potrà produrre un danno sensibile.
E poi, alla fin dei conti, quando non si potesse andare innanzi a causa di quelli che non vogliono lavorare, cosa ch'io credo impossibile, il rimedio sarebbe bello e trovato: si espellerebbero dalla comunanza e così, ridotti ad avere solo il diritto alla materia prima ed agli strumenti del lavoro, sarebbero costretti a lavorare, se volessero vivere.
Beppe. — Mi persuade... ma dimmi, allora tutti dovrebbero zappare la terra?
Giorgio. — E perchè? L'uomo non ha soltanto bisogno di pane, di vino e di carne: gli occorrono le case, i vestiti, le strade, i libri, insomma tutto quello che i lavoranti di qualsiasi mestiere producono: e nessuno può provvedere da sè a tutto ciò che gli occorre. Già soltanto per lavorare la terra, non v'è forse bisogno del magnano e del legnaiuolo per far gli utensili, e del minatore per scavare il ferro, del muratore per far la casa ed i magazzini, e così via discorrendo? Dunque non si tratta di lavorar tutti la terra, ma di lavorare tutti a far cose utili.
La varietà dei mestieri farà sì che ognuno potrà scegliere quello che conviene meglio alle sue inclinazioni, e così, almeno per quanto è possibile, il lavoro non sarà più per l'uomo che un esercizio, un divertimento ardentemente desiderato
Beppe. — Dunque, ognuno sarà libero di scegliere il mestiere che vuole?
Giorgio. — Certamente, avendo cura però che le braccia non si accumulino in dati mestieri, scarseggiando in altri. Siccome si lavora nell'interesse di tutti, bisogna far in modo che si produca tutto ciò che occorre, conciliando quanto più si può l'interesse generale con le predilezioni individuali.
Voi vedrete che tutto si accomoderà per bene, quando non vi saranno più i padroni che ci fanno lavorare per un tozzo di pane, senza che abbiamo da occuparci per che cosa serve ed a chi il nostro lavoro.