Dunque vedete bene che non solo, col levar la roba ai signori, noi non lediamo i loro diritti, ma facciamo loro un gran bene.

È vero che i Signori non la capiscono e non la capiranno mai, perchè vogliono comandare, e credono che i poveri sieno fatti di un'altra pasta; ma che ci possiamo fare noi? Se non ci si vogliono accomodare colle buone, tanto peggio per loro; ci si accomoderanno colle cattive.

Beppe. — Queste sono sante verità: ma è una cosa difficile assai a farsi. Non si potrebbe mo' cercare di far le cose d'accordo, a poco a poco? Lasciamo la roba a quelli che l'hanno, a patto però che aumentassero le paghe e ci trattassero come uomini. Così, gradatamente, potremmo mettere da parte qualche cosa, comprare anche noi un pezzo di terra al sole, e poi, quando fossimo proprietarii tutti, mettere ogni cosa in comune e fare come dici tu. Ho inteso uno, una volta, che diceva qualche cosa di simile.

Giorgio. — Sentite: per far le cose d'accordo non ci sarebbe che un sol mezzo, quello che i proprietarii si persuadessero a rinunziare alle loro proprietà; perchè è certo che quando uno la dà una cosa, non si ha bisogno di levargliela per forza. Ma a questo non c'è da pensarci, voi lo sapete.

Fino a che vi sarà la proprietà individuale, cioè fino a che la terra e tutto il resto, invece di appartenere a tutti, apparterrà a Tizio o a Sempronio, vi sarà sempre miseria, anzi più si andrà innanzi e più si starà male. Colla proprietà individuale ognuno cerca di tirare l'acqua al suo mulino, ed i proprietarii non solo cercano di dare al lavorante il meno che possono, ma si fanno la guerra anche tra di loro. In generale, ognuno cerca di vendere la sua mercanzia il più che può, e ogni compratore da parte sua cerca di comprare al minor prezzo possibile. Allora che succede? I proprietarii, i fabbricanti, i negozianti più ricchi, siccome hanno mezzi per fabbricare e comprare all'ingrosso, per provvedersi di macchine, per profittare di tutte le condizioni favorevoli che si producono sul mercato, e per aspettare, ove occorra, il momento opportuno per la vendita, o magari per vendere a perdita per qualche tempo, finiscono col ridurre alla liquidazione o al fallimento i proprietarii ed i negozianti più deboli, i quali di mano in mano cadono in povertà, e debbono, essi o i loro figli, andare a lavorare a giornata. Così (è una cosa che si vede ogni giorno) i padroni che lavorano, da soli o con pochi operai, in piccole officine debbono, dopo una lotta dolorosa, chiuder bottega e andare a cercar lavoro nelle grandi fabbriche; i piccoli proprietarii, che non riescono nemmeno a pagar le tasse, debbono vendere casa e campicello ai grandi proprietarii, e così via via. In modo che se qualche proprietario di buon cuore volesse migliorare la condizione dei suoi lavoranti, egli non farebbe altro che mettersi in condizione da non poter più sostenere la concorrenza e dover fallire.

D'altra parte i lavoranti, spinti dalla fame, debbono farsi la concorrenza tra di loro, e siccome ci sono più braccia disponibili che richieste di lavoro (non già perchè il lavoro non occorrerebbe, ma perchè i padroni non hanno interesse a far lavorare di più) così debbono strapparsi il pane di bocca l'un l'altro; e se tu lavori per guadagnare due, trovi sempre quello che lavorerebbe pur di guadagnare uno.

In tal modo, ogni progresso diventa una disgrazia. S'inventa una nuova macchina: subito resta senza lavoro un gran numero di operai, i quali, non guadagnando, non possono consumare, e quindi indirettamente levano il lavoro ad altri ancora. In America si mettono a coltura molte terre e si produce molto grano: i proprietari di là, senza occuparsi, questo s'intende, se in America la gente mangia secondo il proprio appetito, per guadagnare di più mandano il grano in Europa. Qui il grano ribassa, ma i poveri, invece di star meglio, stanno peggio, perchè i proprietarii, non trovandovi più la loro convenienza con il grano così a buon mercato, non fanno più coltivare la terra, oppure fanno coltivare solo quella piccola parte dove il suolo è più produttivo, e perciò gran parte dei contadini restano disoccupati. Il grano costa poco, è vero, ma la povera gente non guadagna nemmeno quei pochi, che ci vogliono per comprarlo.

Beppe. — Ah! ora capisco. Io avevo inteso dire che non volevano far venire il grano di fuori, e mi sembrava una grande birbonata il rifiutare così la grazia di Dio; credevo che i signori volessero affamare il popolo. Ma ora veggo che la loro ragione l'avevano.

Giorgio. — No, no, perchè, se il grano non viene, è male per un altro verso. I proprietarii allora, non temendo la concorrenza estera, vendono la roba quanto piace a loro, e...

Beppe. — Dunque?