Giorgio. — Dunque? dunque l'ho detto: bisogna mettere tutto in comune a benefizio di tutti. Allora, più roba c'è, e più si sta bene. Se s'inventano nuove macchine, o si fabbrica di più o si lavora meno, secondo i casi, ed è sempre tanto di guadagnato; e se in un paese hanno, par esempio, troppo grano e ce lo mandano a noi e noi mandiamo agli altri quelle cose che avanzano a noi, sarà tutto benessere acquistato per noi e per gli altri.
Beppe. — Dimmi un po'... e se si facesse a mezzo coi proprietarii? Essi metterebbero la terra e il capitale, e noi il lavoro; e poi si spartirebbe il prodotto. Che ne dici?
Giorgio. — Prima di tutto dico che se vorreste spartire voi, non vorrebbe spartire il vostro padrone. Bisognerebbe adoperar la forza, e tanto ci vorrebbe per obbligarlo a spartire, quanto per fargli lasciar tutto. Allora, perchè fare le cose a mezzo e contentarsi di un sistema che lascia sussistere l'ingiustizia ed il parassitismo, e che inceppa l'aumento generale della produzione, che è pure una cosa tanto necessaria?
Poi domando, con che diritto alcuni uomini, senza lavorare, si dovrebbero prendere la metà di quello che producono tutti i lavoratori?
E, come vi ho detto, non solo bisognerebbe dare la metà del prodotto ai padroni, ma lo stesso prodotto totale sarebbe di molto inferiore a quello che potrebbe essere; perchè quando esiste la proprietà individuale, la produzione è inceppata e fuorviata dall'interesse privato, dalla concorrenza e dalla mancanza di organizzazione, e così si viene a produrre molto meno di quel che si farebbe quando il lavoro fosse fatto in comune e guidato dall'interesse generale dei produttori e dei consumatori. È la stessa cosa che per alzare un masso: cento uomini ci si provano uno dopo l'altro e non ci riescono, nè ci riuscirebbero se ci si mettessero tutti insieme ma ognuno tirasse per suo conto e cercasse di contrariare gli sforzi degli altri. Invece due o quattro persone, che agiscano contemporaneamente combinando i loro sforzi e servendosi di leve ed altri arnesi opportuni, lo alzano senza fatica. Se uno si mette a fare uno spillo, chi sa se ci riesce in un'ora; dieci uomini insieme ne fanno migliaja e migliaja per giorno. E più si va innanzi, più si scoprono macchine, e più il lavoro deve essere fatto in comune, se si vogliono mettere a profitto i nuovi progressi.
A questo proposito voglio rispondere ad una obbiezione, che ci fanno molto di sovente.
Gli economisti (che sono certa gente, la quale pagata o no, mette insieme, sotto il nome di scienza, una quantità di corbellerie e di menzogne per dimostrare che i signori hanno il diritto di vivere sul lavoro degli altri) gli economisti e tutti i sapientoni a pancia piena dicono spesso che non è vero che la miseria c'è a causa che i proprietarii si pigliano ogni cosa per loro, ma perchè i prodotti sono pochi, e non bastano per fare star tutti bene. Dicono così, per conchiudere che della miseria nessuno ci ha colpa, e che non occorre nè giova rivoltarsi. Il prete vi tiene docili e sommessi, dicendovi che tale è la volontà di Dio; gli economisti dicono che tale è la legge di natura. Ma non ci credete: è vero bensì che i prodotti attuali dell'agricoltura e dell'industria sarebbero insufficienti per dare a tutti un nutrimento buono ed abbondante e tutti quegli agi di cui oggi godono appena pochissimi; ma questo è colpa dell'attuale sistema sociale, perchè i padroni non si curano dell'interesse generale, e fanno produrre soltanto quando ci hanno il loro tornaconto, e spesso distruggono anche le cose prodotte per evitare il ribasso dei prezzi. Infatti, non vedete che mentre dicono che c'è poca roba, poi lasciano tante terre incolte e tanti operai senza lavoro?
Ma ecco che vi rispondono che anche se tutte le terre fossero messe a coltura e tutti gli uomini lavorassero coi migliori sistemi conosciuti, la miseria ritornerebbe lo stesso, perchè, la produttività della terra essendo limitata, e gli uomini potendo fare un numero grandissimo di figli, si arriverebbe presto a un punto in cui la produzione dei generi alimentari resterebbe stazionaria, mentre la popolazione crescerebbe indefinitamente, e la carestia con essa. Perciò, dicono, l'unico rimedio ai mali sociali è che i poveri non facciano figli, o ne facciano soltanto quei pochi, che possono allevare discretamente.
Molto ci sarebbe da discutere su questa questione in quanto riguarda il lontano avvenire. V'è chi sostiene, e con buone ragioni, che l'aumento della popolazione trova un limite nella natura stessa, senza che vi sia bisogno di ricorrere a freni artificiali, volontarii o no. Pare che collo svilupparsi della razza, coll'elevarsi delle facoltà intellettuali, coll'emancipazione della donna e col crescere del benessere i bisogni generativi naturalmente diminuiscano. Ma queste sono questioni che oggi non hanno nessuna importanza pratica, e nessun legame colle cause attuali della miseria.
Oggi non è questione di popolazione, ma questione di organizzazione sociale; ed il rimedio di non far figliuoli non rimedierebbe proprio a nulla. Infatti vediamo che nei paesi dove la terra è abbondante e la popolazione e scarsa, data ogni altra condizione uguale, vi è tanta miseria quanta nei paesi in cui la popolazione è densa, e spesso anche di più. Oggi la produzione, malgrado tutti gli ostacoli derivanti dalla proprietà privata, cresce più rapidamente della popolazione, e l'inasprirsi della miseria dipende dalla sovrabbondanza di produzione, relativamente ai mezzi per consumare che hanno i poveri. E voi vedete che gli operai restano a spasso perchè i magazzini sono pieni dei generi che essi hanno prodotto, e che non trovano compratori. Le terre che già erano in coltura sono lasciate incolte e rimesse a bosco, perchè c'è troppo grano, i prezzi ribassano ed i proprietarii non trovano più convenienza a far coltivare, nulla curandosi che i contadini restano senza lavoro e senza pane.