Giorgio. — Quel che voi dite è giusto, però vi è un pericolo grande. Se il popolo continua a credere che la repubblica è un bene per lui, quando arriverà il giorno che non ne potrà più e farà la rivoluzione, i repubblicani lo contenteranno subito, proclamando la repubblica, e dicendo che oramai si può tornare a casa e pensare a nominare i deputati, perchè tutto presto presto sarà accomodato.

Il popolo, credulo come sempre, lascerà i fucili e si sfogherà in suoni, canti e baldorie. Intanto i signori si faranno tutti repubblicani, diventeranno tutto cuore per il popolo, dispenseranno un po' di quattrini, un po' di vino e di molte feste, pagheranno un poco meglio i lavoranti, e si faranno mandare al potere. Poi, a poco a poco, lasceranno calmare la tempesta, e prepareranno le forze per tenere a freno il popolo, il quale un giorno si accorgerà che ha sparso il suo sangue per gli altri, e che sta peggio di prima.

Invece, siccome avviene molto di rado che il popolo si ribelli e riesca vincitore, bisogna che esso profitti della prima occasione, e applichi subito subito il socialismo, non dando ascolto a promesse, pigliando direttamente possesso della roba, occupando le case, la terra e le officine. E chi parlerà di repubblica dovrà essere trattato come nemico: se no, succede un'altra volta come nel 59 e nel 60.

Le parole pare che contino poco, ma è sempre colle parole che hanno burlato ed ingannato il popolo!

Beppe. — Hai ragione; siamo stati tante volte sacrificati, ed ora bisogna aprire bene gli occhi.

Ma però, un governo ci vuole sempre. Se non c'è qualcuno che comanda, come si fa a andare innanzi?

Giorgio. — E a che serve l'esser comandati? Perchè non potremmo fare da noi gl'interessi nostri?

Chi comanda fa sempre il comodo suo, e sempre, sia per ignoranza, sia per malvagità, tradisce il popolo. Il potere fa montare i fumi al cervello anche ai migliori; e poi bisogna, ed è forse la ragione principale per non voler comando, bisogna, dico, che gli uomini cessino di essere pecore e si abituino a pensare ed a sentire fieramente della loro dignità e della loro forza. Il comando degli uni educa gli altri all'obbedienza; e, se anche si potesse avere un governo buono, esso sarebbe più corruttore, più debilitante che un governo cattivo; e, durante il dominio suo o dei suoi immediati successori, sarebbe più facile che mai un colpo di stato, che distrugga i miglioramenti acquisiti, ristabilendo privilegi e tirannie. Per educare il popolo alla libertà ed alla gestione dei suoi interessi, bisogna lasciarlo fare da sè; fargli sentire la responsabilità dei suoi atti nel bene o nel male che glie ne deriva. Farà male molte e spesse volte, ma, dalle conseguenze che ne risentirà, capirà che ha fatto male, e tenterà nuove vie; senza contare che il male, che può fare un popolo abbandonato a sè stesso, non è la millesima parte di quello che fa il più benigno dei governi. Perchè un bambino impari a camminare, bisogna lasciarlo camminare, e non spaventarsi di qualche urto e di qualche caduta.

Beppe. — Si, ma perchè il bambino possa esser messo a camminare, bisogna che una certa forza nelle gambe ce l'abbia di già, se no deve stare ancora in braccio alla mamma.

Giorgio. — È vero; ma i governi non somigliano niente affatto alle mamme, e non sono essi che migliorano e fortificano il popolo; anzi i progressi sociali si compiono, quasi sempre, contro o malgrado il governo. Questo, tutto al più, traduce in legge quello che è diventato bisogno e volontà della massa, e lo guasta sempre per spirito di dominio e di monopolio. Ci sono dei popoli più o meno avanzati; però, in qualunque stadio della civiltà, anche in quello della selvaggeria, il popolo farebbe i suoi interessi sempre meglio di quello che glieli faccia il governo, che esce dal suo seno.