Giorgio. — Beppe, credete a me, i miei compagni sono tutti giovani dabbene; il pane che mettono in bocca costa loro lagrime e sudore. Lasciatene dir male ai padroni, che vorrebbero succhiarci fin l'ultima goccia di sangue, e poi dicono che siamo canaglia se solamente brontoliamo, e gente da galera se cerchiamo di migliorare la nostra posizione e di sottrarci alla loro tirannia. Io ed i miei compagni siamo stati in carcere, è vero, ma vi siamo stati per la causa giusta: ci andremo ancora e forse ci accadrà anche di peggio, ma sarà per il bene di tutti, sarà per distruggere tante ingiustizie, e tanta miseria. E voi, che avete lavorato tutta la vita e della fame ne avrete sofferta anche voi, e che, quando non potrete più lavorare, forse dovrete andare a morire in un ospedale, non dovreste unirvi con i signori e con il governo per dare addosso a chi cerca di migliorare la condizione della povera gente.

Beppe. — Figlio mio, lo so bene che il mondo va male, ma a volerlo accomodare è come voler raddrizzare le gambe ai cani. Pigliamolo dunque come viene, e preghiamo Iddio che almeno non ci faccia mancar la polenta. I ricchi ed i poveri ci sono stati sempre, e noi, che siamo nati per lavorare, dobbiamo lavorare e contentarci di quello che Iddio ci manda; se no, ci si rimette la pace e l'onore.

Giorgio. — E torna con l'onore! I signori, dopo che ci hanno levato tutto, dopo che ci han costretti a lavorare come bestie per guadagnare un tozzo di pane, mentre essi coi sudori nostri vivono, senza far niente di buono, nelle ricchezze e nella crapula, dicono poi che noi, per essere uomini onesti, dobbiamo sopportare volentieri la nostra posizione e vederli ingrassare alle nostre spalle senza nemmeno fiatare. Se invece ci ricordiamo che siamo uomini anche noi, e che chi lavora ha diritto di mangiare, allora siamo farabutti; i carabinieri ci portano in carcere, e i preti per giunta ci mandano all'inferno.

Statemi a sentire, Beppe, voi che siete lavoratore e che non avete mai succhiato il sangue del vostro simile. I veri birbanti, la gente senza onore sono quelli che vivono di prepotenza, quelli che si sono impadroniti di tutto ciò che sta sotto il sole, e che, a forza di patimenti, hanno ridotto il popolo allo stato di una gregge di montoni che si lascia tranquillamente tosare e scannare. E voi vi metterete coi signori per darci addosso?! Non basta che essi abbiano dalla loro il governo, il quale, essendo fatto dai signori e pei signori, non può non appoggiarli: bisogna dunque che i nostri stessi fratelli, i lavoratori, i poveri, si scaglino contro di noi perchè vogliamo ch'essi abbiano pane e libertà?

Ah! se la miseria, l'ignoranza forzata, l'abito contratto in secoli di schiavitù, non spiegassero questo fatto doloroso, io direi che sono senza onore e senza dignità quei poveri che fanno da puntello agli oppressori dell'umanità, e non già noi, che mettiamo a repentaglio questo misero tozzo di pane e questo straccio di libertà, per cercare di giungere al punto che tutti stieno bene.

Beppe. — Si, si, belle cose coteste; ma senza il timor di Dio non si fa niente di buono. Tu non me la dai ad intendere: ho inteso parlare quel santo uomo del nostro parroco, il quale dice che tu ed i tuoi compagni siete un branco di scomunicati; ho inteso il Sor Antonio, che è stato agli studii e che legge sempre i giornali, ed anche lui dice che voi altri siete o matti o birbanti, che vorreste mangiare e bere senza far niente, e che, invece di fare il bene dei lavoratori, impedite ai signori di accomodare le cose meglio che si può.

Giorgio. — Beppe, se vogliamo ragionare, lasciamo in pace Dio e i Santi; perchè, vedete, il nome di Dio serve come pretesto e comodino per tutti quelli che vogliono ingannare ed opprimere i loro simili. I re dicono che Dio ha dato loro il diritto di regnare, e quando due re si contendono un paese, tutti e due pretendono di essere inviati di Dio. Dio poi dà sempre ragione a colui che ha più soldati ed armi migliori. Il proprietario, lo strozzino, l'incettatore, tutti parlano di Dio; e rappresentanti di Dio si dicono il prete cattolico, il protestante, l'ebreo, il turco, ed in nome di Dio si fanno la guerra, e cercano ciascuno di tirar l'acqua al suo mulino. Del povero non s'incarica nessuno. A sentirli, Dio avrebbe dato ogni cosa a loro, ed avrebbe condannato noi altri soli alla miseria ed al lavoro. Ad essi il paradiso in questo mondo e nell'altro; a noi l'inferno su questa terra, ed il paradiso soltanto nel mondo di là, se saremo stati schiavi sommessi... e se ci avanza posto.

Sentite, Beppe: in affari di coscienza io non ci voglio entrare, e ognuno è libero di pensare come vuole. Per conto mio, a Dio ed a tutte le storie che ci contano i preti non ci credo, perchè chi le conta ci trova troppo interesse, e perchè ci sono tante religioni, i cui preti pretendono di essere essi che dicono la verità, e prove non ne dà nessuno. Anche io potrei inventare un mondo di fandonie e dire che chi non mi crede e non mi ubbidisce sarà condannato al fuoco eterno. Voi mi trattereste da impostore; ma se io pigliassi un bambino e gli dicessi sempre la stessa cosa senza che nessuno gli dicesse mai il contrario, fatto grande, egli crederebbe a me, tale e quale come voi credete al parroco.

Ma insomma, voi siete libero di credere come vi pare; però non venite a raccontarmi che Dio vuole che voi lavoriate e soffriate la fame, che i vostri figli debbano venir su stentati e malaticci per mancanza di pane e di cure, e che le vostre figlie debbano essere esposte a diventar le drude del vostro profumato padroncino, perchè allora io direi che il vostro Dio è un assassino.

Se Dio c'è, quello che vuole non lo ha detto a nessuno. Pensiamo dunque a fare in questo mondo il bene nostro e degli altri: nell'altro mondo, se ci fosse un Dio e fosse giusto, ci troveremmo sempre meglio se avremo combattuto per fare il bene, che se avremo fatto soffrire o permesso che altri facesse soffrire gli uomini, i quali, secondo dice il parroco, sono tutti creature di Dio e fratelli nostri.